Archivi: Settembre 2021

Favola della sera . Lina stellina

29 Settembre 2021

L’autrice di questa favola e gli altri scritti pubblicati ,  scrive normalmente per la figlia Minerva.

 

C’era una volta una stellina di nome Lina.

Lina aveva un sogno: girare per il cielo.

Ma faceva parte di una costellazione e quindi non poteva spostarsi come facevano invece le sue cugine stelle cadenti.

Assieme alle sue sorelle Mina, Gina e Pina, Lina faceva parte della costellazione della rana.

Passava le sue nottate a sognare di girovagare per il cielo ad incontrare nuovi astri e magari anche incrociare qualche razzo perso nel blu.

Pensa che ti ripensa, una notte ebbe un’idea: la loro costellazione era quella della rana, allora perché non farla saltare?

Mina, Gina e Pina furono entusiaste dell’idea.

‘Siete pronte?’ chiese Lina? ‘Siiii!” risposero le sue sorelle. ‘Allora andiamo: uno, due, tre HOP!’

Ed ecco la rana stellata saltare nel cielo!

In quattro balzi le stelline arrivarono fino alla Luna. E li videro il mare! O meglio: i mari, perché si sa, sulla luna ci sono i mari. La rana-costellazione-Lina-Gina-Mina-Pina fece un balzo e hop splushhhh! si buttò nel mare lunare piu vicino. Di solito le rane non nuotano in mare, perchè è troppo salato: ma i mari della luna sono tutti di acqua dolce, dolcissima, quasi zuccherata.

La rana-stellare fece quattro vasche a rana, quattro a dorso e poi hop! saltò fuori sulla superficie lunare.

Un balzo qua, un balzo la,  la rana Lina-Gina-Mina-Pina si ritrovò sul lato oscuro della luna. Dal loro posto in mezzo al cielo, le sorelle non avevano mai visto questa faccia della luna. E che sorpresa a scoprire che qui la luna era coperta di piccole margheritine luminose e profumate. Lina ne raccolse una ‘m’ama, non m’ama, m’ama, non m’ama, m’ama…’

Lina, Gina, Mina e Pina raccolsero una margherita ciascuna e fecero una corona di fiori, la misero in testa alla rana, e gioconde tornarono a casa.

FINE

Novate. Giugno 2021

Zelia

Mixlingue

Zelia to Mina: ‘Minerva, sei una delizia!’

Minerva to Zelia: ‘Delitia!’

Minerva to Zelia: ‘Delite! Delitè

Zelia: ‘Yes, delight!’

Minerva turning to a lamp and pointing: ‘Delite!

Novate 21 giugno 2021

Zelia e Minerva

Poesiola del bagnetto

Schiuma schiumina

Bianca bianchina

Bolla che grande diventi piccina

Schiuma schiumetta

Sfera perfetta

Voli qui un attimo e poi scoppi in fretta

Schiumina schiuma

Come una piuma

Bianca e leggera

Verso la luna

Novate 21 giugno 2021

Zelia

I sogni degli animali

27 Settembre 2021

Quando gli animali vanno a dormire

Uno alla volta cominciano a sognare

E cosa sogna ogni animale?

L’orso, il coniglio, la volpe, il leone?

Sogna l’orso un grande mirtillo

Nascosto da tutti in un bosco tranquillo

Mirtillo gigante mirtillo enorme

Sogna l’orso intanto che dorme.

Sogna la volpe di fare un balletto

Un giro elegante un salto perfetto

Due piroette e poi un inchino

Sogna la volpe nel suo lettino.

Sogna il coniglio una barchetta

Un picnic in mare con gli amici prescelti

Torta di carote e te di gelsomino

Sogna il coniglio sul suo cuscino.

Sogna il leone una granita

Che di dissetarlo sia garantita

Che sia di arancio o sia di limone

Sogna la granita il grande leone.

Sogna il gatto di esser sdraiato

Su di un cuscino avvoltolato

Non vuole altro, ne altro vuol fare

Sogna nel sogno solo di dormire.

Sogna la scimmia l’astro lunare

Le sembra un dolce, lo vuole assaggiare

Pensa che sia di latte e di riso

Sogna la scimmia con un gran sorriso.

Sogna l’elefante un camion ripieno

Di burro di arachidi e gelato di fieno

Li mangerà in un batter di occhi

Sogna l’elefante una merenda coi fiocchi.

E tu bambina con gli occhi pesanti

Che vuoi dormire ma che ti lamenti

Chiudi gli occhietti e fatti cullare

Con gli animali comincia a sognare.

 21 Marzo 2021

Zelia

La luna é una bambina misteriosa

24 Settembre 2021

Il primo di questi versi è l’espressione spontanea di una bambina di 2 anni.  Da esso sono poi nati gli altri.

 

La luna é una bambina misteriosa

Si sveglia quando il mondo si riposa

La sua risata é lieve e luminosa

Profuma il suo respiro di mimosa

Attorno al capo ha zucchero filato

Velo di ciocche fine e spettinato

Lino d’argento e seta folta intorno

Che treccia e intreccia fino al far del giorno

La luna é una bambina vanitosa

Profuma le sue vesti alla  rosa

Irradia il cielo e illumina ogni cosa

Che bianca si tramuta da ombrosa

Lei gioca a nascondino con le stelle

Che della notte sono le farfalle

E corre, balla, salta con il vento

Che sia tempesta e furia o soffio lento

Nell’acqua poi si va a rimirare

soffiando baci al suo fratello mare.

Oxford 19 settembre 2021

Zelia e Minerva

Fedele

22 Settembre 2021

Era come un  piacevole risveglio, un aprirsi al giorno  vedere Fedele al mattino  passare nelle vanelle di san Giorgi. Si annunciava col suo fischio dietro le capre, arrampicate a brucare tra i roveti che coprivano i muretti di pietra, che facevano limite alla strada. Alto, allampanato don Chisciotte, con la barba non rasata da giorni, vagava dietro le capre come qualcuno che avesse perso la strada. Si fermava, considerava, si grattava la nuca, si passava la mano sul viso e poi proseguiva, fischiando alle bestie e rimettendole in movimento  con qualche sasso scagliato contro. Lo aspettavamo tutte le mattine dietro la casa, fuori dal recinto, e lui mungeva, in un bricco di ferro smaltato, qualche quarto di latte residuo, dalle vuote mammelle delle capre. Proseguiva. Non so dove andasse a finire  per tutto il giorno. Chissà  dove la sera  mungesse le capre e dove queste stessero durante la notte. Sembrava che scomparissero  e ricomparissero al mattino.

Beveva Fedele.

Cecilia abitava dietro l’asilo con la madre, una signora con l’aspetto da  matrona. Mai avevo visto uomini accompagnarle. Stava Cecilia affacciata alla finestra, come se aspettasse qualcuno. La vedevo quando tornavo da scuola. Mi piaceva passare di là per guardarla, nelle mezze mattine di primavera, da quando, bambino, mi aveva sorriso sorpresa perché  cantavo per strada a voce alta: “è primavera svegliatevi bambine messer aprile…”. Una canzone molto più vecchia della mia età, cantata da mio padre e mia madre.

Storie  e fantasie creavano  su  Cecilia   gli uomini,   che la pensavano irraggiungibile, mentre ella si sentiva sfiorire in attesa di un amore.

La corriera era partita da poco da piazza monumento. Era Cecilia seduta al penultimo posto, riempiva della fragranza  della sua avvenenza tutta la corriera. Giovinetto  ora, la spiavo timidamente senza farmene accorgere. Assorta  guardava la strada che lenta, sonnolente scorreva verso il mare. Ad ogni curva la corriera sembrava  fermarsi. Era come una sosta nei   pensieri di lei. Una tristezza, una mancanza  si insinuava nel suo animo. A stento tratteneva le lacrime. Con sforzo si costringeva ancora ad aspettare i suoi sogni. Muta l’accompagnava la campagna  col suo lieve stormir di foglie e gli uccelli che si alzavano dagli alberi e volavano  con scarti irregolari in un cielo di un celeste incerto appena scaldato dal sole del mattino.

Chissà a chi  quel giorno Fedele aveva affidato le sue capre o forse quel mattino non si erano materializzate ed erano rimaste nel loro irreale recinto. Forse  andava a S. Agata. per qualche bega all’ufficio registro.

Seduto nel posto accanto all’autista, paonazzo ancora del vino della sera o per i primi bicchieri del mattino, guardava di qua e di là. Barcollante si era alzato e sbandando, non per le curve, era andato a sedersi accanto a Cecilia. Continuava a guardarla. Lei cercava di mostrare  noncuranza ma tradiva il suo disagio. Lo avvertiva Fedele. E più era il disagio e più egli la fissava. Arrossiva Cecilia. Il rossore delle guance  le faceva risaltare i  capelli biondi fermi in uno chignon e soprattutto le labbra carnose, coperte da un vivace rossetto. Improvvisa nel silenzio ovattato della corsa, interrotto solo dalle accelerate del motore dopo le curve,  si sentì la voce di Fedele che con tono squillante esclamò” Ba..cciala..Labbra ro..sse, , baciala in bo..cca!” Quindi come se avesse assolto ad un compito o avesse smarinato la sbronza  tornò a sedere al suo posto.

Ai lati della strada in costruzione, in fondo a via Gioberti, gli operai avevano scavato un fosso. Fedele era uscito dalla cantina, la vista offuscata dal vino e dal buio. Camminava con equilibrio malfermo, ad uno scarto dell’andatura lo perse e cadde nel fossato. Per ore stette steso sul terreno, senza dare segno di sè fino a quando uno dei figli, avvisato da un passante, si affacciò al margine del fosso  e lo chiamò; ” pætri, pætri,  cam sai, susiv, giemnu anca nascia”. ” na zea vuoggh stær”* rispose Fedele e continuò con una specie di cantilena :” io non mi chiamo Fedele, il mio nome è Cortese, che bel nome eh, Cortese fammi un cortesia, che bel nome”.

L’uomo mette in scena la propria vita, per vederla come uno spettatore . Egli è ciò che rappresenta. In esso si concretizza, prende coscienza, diviene corpo, si percepisce come entità .

Passava Fedele, una delle sere di ritorno dal pascolo, in un  di quei vicoli medievali della parte alta del borgo. Voci disperate si udivano uscire da una casa, la porta aperta ed un catafalco in mezzo alla stanza. Questo era il modo del paese di onorare  i morti. Gridavano piangendo  le donne : ” figgh miea, figgh miea, cam t’ ‘nganest cuscì prest, cam t’ ‘nganest figgh!”** Per tutti era lo stesso,  che fosse un giovane o un vecchio ottantenne. Erano urla sincere, non da prefiche. Esse non si disperavano   solo per il morto, piangevano e rappresentavano anche la loro futura morte.

Commosso,  incuriosito, col primo vino che gli scaldava il corpo e gli rendeva leggero il cervello Fedele pensò :” Chissà come mi piangeranno  quando sarò morto? Voglio vederlo, da vivo!” Tornò a casa, raccolse tutti i familiari e con tono drammatico esclamò :”U pætri murì, chiancim!”*** Mise il letto in mezzo alla stanza, si sdraiò su di esso e rivolto ai figli ingiunse : “piangetemi ora, voglio vedere come lo farete quando sarò veramente morto” Pretese che si aprisse anche la porta. E quelli cominciarono a piangere, a bastonarsi in volto, a strapparsi i capelli e a gridare: ” U pætri murì, u pætri murì, oh pætri cam avuoma a fær sanza d’ vuoi, stodda mattutina!”**** Sorpreso accorse tutto il vicinato a piangere Fedele morto non morto.

 

 

*pætri, pætri,  cam sei, susiv, giemnu anca nascia”. ” na zea vuoggh stær’

“padre, padre come state, alzatevi, andiamo a casa”. “no qua voglio restare”

**” figgh miea, figgh miea, cam t’ ‘nganest cuscì prest, cam t’ ‘nganest figgh!”

figlio mio, figlio mio, come te ne sei andato così presto come te ne sei andato figlio!

*** “U pætri murì, chiancim!” il padre è morto, piangetemi!

**** U pætri murì, u pætri murì, oh pætri cam avuoma a fær sanza d tu, stidda mattutina!”

il padre è morto, il padre è morto, oh padre come faremo senza di te, stella mattutina!

4-11 settembre 2021

Ciro Gallo

Curdedda

14 Settembre 2021

A nu straniero

Francu N.

a trentamila liri

na curdedda

ci vinniu

ora tu mi

voi vinniri

sta mezzacurdedda,

‘nta sta fera,

comu se fussi

robba bona

e mi la sfrichi puru

mussu mussu

ma tu nun si

Francu

e jo di sti paraggi

sugnu.

11 settembre 2021

Ciro Gallo

Corpu vecchiu

13 Settembre 2021

Avevo pensato di non pubblicarli questi versi poi ho ricevuto, da un amico/lettore a cui li avevo mandati,  un così faceto commento,  che mi ha convinto  a farlo.

Qui siamo ad un livello elevatissimo! viene in mente il monologo joyciano dell’ Ulisse sul cesso,  Rabelais e la poesia maccheronica e la medicina interna ma proprio interna ( pensa che in anni lontanissimi avevo tentato anch’io questa suggestione poetica partendo dai borborigmi ma mi mancava il dialetto e la tua forza”) R.R.

Comu era beddu

na vota

ch jo m’assittava

e subitu soddisfattu

e ripusatu mi suseva

ora m’assettu e passu

menzi uri e sempri

‘m susu ancora

‘mbarazzatu

Ah, corpu vecchiu

comu si canciatu

comu ora si!

Minchia

comu m’ condiziona

e tempu m’ fa perdiri

stu cazzu di cacari!

a mia ch’ m’ ne futti

se mentri cacu leggiu

vulissi esseri prestu

liberu e  movimi

leggeru.

A Edo mio amico gastroenterologo ( come me)

8  settembre 2021

Ciro Gallo

Something unspoken

11 Settembre 2021

Non lasciamo

tra di noi

qualcosa di

non detto

non è nella

nostra cultura

mai lo è stato

nel nostro vivere

28 agosto 2021

Ciro Gallo

Momma ‘Njuluzza

10 Settembre 2021

Silenzioso

era, momma ‘Njuluzza,

il trasporto fisico

dell’amore che tu

avevi per mia madre

unica era  la vostra

pelle dello stesso

colore e calore

come se foste la

stessa persona

mai io ho visto

tua figlia

lamentarsi di te

riconoscenza ti pagava

in ogni attimo

dal profondo  le

usciva la voce

nel chiamarti

e dolce era

sentirla parlare

di te quando

diceva  mieuma.

 

.. mò mamma 

mieuma mia madre

9 settembre 2021

Ciro Gallo