Per anni sono andato avanti a leggere sempre allo stesso modo.
Eravamo partiti con valigie normali, non di cartone. Aveva giocato su di me la provinciale ambizione delle grandi Università. Un pomeriggio di ottobre. Tutto sembrava deserto. Soli in uno scompartimento. Avevo iniziato con questo viaggio le decine che avrei poi fatto negli anni. Su e giù.
Eravamo arrivati in stazione centrale. Grigia, fumosa, fuori da ogni aspettativa ed immaginazione, per me che venivo dal sole e da cieli sereni. Neanche la giovane età mi aveva aiutato. Nessuno era venuto a prenderci. Si erano dimenticati, o magari speravano che noi non arrivassimo. Spesso i propositi ed i sinceri inviti nascondono questa speranza. Siamo scesi verso l’uscita per le scale. Sempre mi sono poi sembrate grandi, fredde, senza alcuna empatia. Stranamente nessuno in giro. Era forse domenica. Unico un taxi. Una fiat 600 multipla di color verde col muso tozzo senza espressione come il cappotto blu col bavero alzato del conducente.
Lungo, eterno mi era sembrato il viaggio fino a Lissone. Fendeva l’umidità la mia immeritata tristezza. Nessuna sorpresa al vederci. Ci hanno accolto come avevano promesso. Forte era stato il legame tra le due famiglie. La strada separava virtualmente le due case. Indistinguibili noi due dagli otto figli dell’altra famiglia
Due mesi erano passati. Con interesse Dina mi guardava mentre mangiavo seduto ed assorto in un angolo pane e mela. Intelligente Peppina capì. Ci trasferimmo in affitto a Monza, vicino allo stadio nei pressi della stazione. Tanto freddo in quella casa.
Il treno delle 8 arrivava in Garibaldi. Costante la giovane ragazza, seduta di fronte a me, i capelli corti sulla fronte, i pomelli rosei, gli occhi vivaci con una triste mestizia mi guardava. La guardavo, mi paralizzavo, nessuna parola tranne quelle del mio sguardo.
A porta Garibaldi scendevo, salivo sul 4 per il politecnico. Staccava in maniera rumorosa il bigliettaio un rettangolo bianco con scritto ATM e lo stemma di Milano. Mai mi sono chiesto che cosa significassero i numeri scritti sul biglietto. Dalla piattaforma strapiena mi portavo nel corridoio altrettanto fitto di gente. Per reggermi mi attaccavo alla maniglia di metallo legata in alto con una cinta di cuoio e leggevo:”reggersi agli opposti sostegni”. Perplesso pensavo agli opposti sostegni?! Per anni sono andato avanti, anche quando Milano era diventata la mia città, a leggere allo stesso modo. Finché un giorno come illuminato ho letto : “reggersi agli appositi sostegni”. Non mi sono dato del pirla, mi sono invece chiesto perché avessi continuato così a lungo a scambiare appositi con opposti.
Questa volta non era stata come la prima. Allora pioveva. Questa volta era quasi primavera. Tano mi aveva portato ancora alla Favorita. Erano passati solo cinque mesi. Io ero rimasto il solito ragazzo sperduto. Il sole tiepido illuminava gli spalti insieme al verde intorno ed il pubblico nel suo essere variopinto. Faceva più brillanti le maglie dei giocatori. In risalto il rosa col colletto nero del Palermo, più azzurro in contrasto col nero delle righe quelle dell’Inter.
Dolce era il tepore di quel sole. Mi rendeva nostalgico, placava l’apprensione del mio tifo. Mi liberava nell’aria come il riverbero dei suoi raggi. Fissavo i giocatori ma non vedevo il gioco. Ero un tutt’uno fuso con quello che succedeva in campo e fuori. Nello spettacolo e nella moltitudine. Sono rientrato in me , ho ripreso coscienza, “tornato” allo stadio, anch’io esultante insieme a tutti gli altri al gol di Fernando.
Con forzata rinuncia e con la paura che il risultato cambiasse, che mutasse in delusione la nostra insperata contentezza siamo usciti prima. Corsi al treno.
Allora la stazione non era spoglia deserta polverosa come adesso, con il vecchio cane che si trascina zoppo sul marciapiede antistante il commissariato di polizia, appena prima dei binari. Allora la stazione ti dava un senso di luminosità. La gente ordinata e discreta. Dove ora c’è uno dei soliti Mc Donald , con i suoi intensi nauseabondi odori di hamburger stracotti , patatine strafritte e ketchup sui tavolini c’era una pasticceria/rosticceria.
Già a guardarla da fuori la vetrina sembrava un incanto. quasi sentivi la fragranza dei cibi esposti. Dolciumi di ogni specie, cannoli, frutti di marturana e pasticciotti. Ah , i pasticciotti! Pieni di crema con la glassa sopra di mille colori, bianca rosa verde. Entravi affascinato, ti guardavi intorno, vedevi la gente mangiare ai tavolini. Tutto ti attirava, soprattutto la rosticceria. A sinistra, dalla porta a vetri d’entrata, ad un bancone, schermati dal vetro stavano là invitanti. Gli arancini! A forma di solido cono, rosso-arancio con la mollica abbrustolita di pane a screziarne la superficie. Qualcuno ancora caldo e fumante. Qualcun altro con un piccolo squarcio in cima mostrava, come volontaria seduzione, il giallo del riso. i piselli , la carne tritata ed il formaggio. Filante quando avresti tirato su il primo morso. Li guardavo, li guardavo, non avevo occhi per altro. Non era fame ma un impellente irrefrenabile desiderio. Spinto da esso come assente mi avvicino al bancone. Una giovane donna, bella li serviva agli avventori avvolti in tovagliolini di carta velina, che subito si impregnano di macchie di olio. L’aspetto materno del viso ed un mesto sorriso avevano dato coraggio alla mia timidezza. Con un fil di voce, stringendo nella mano cento lire, chiedo: “un arancino”. Con mia sorpresa non mi passa l’arancino e la sento dire:”ragazzino vai a casa”. Mortificato, come un bambino che ha subito un inspiegabile e non meritato torto, mi sono ritratto. Fatto passare qualche minuto mi ripresento e faccio la stessa richiesta e sento ancora quella dire;”ragazzino vai a casa”. Non capisco, mi sento perduto, mi si offusca la mente. Come un sonnambulo mi allontano. Mi appresto ad uscire, quando arrivo alla vetrata della porta mi faccio forza, risoluto torno, ma vicino al banco le gambe quasi mi cedono, la voce mi si fa persino più sottile. Riesco appena a farmi sentire e chiedo l’arancino. E quella di nuovo, ora non era più la giovane bella con volto materna ma solo una voce ,”ragazzino vai a casa”.
Deluso, ferito ancor più mortificato mi sono allontanato. Prima di uscire ho dato un ultimo sguardo. Erano sempre lí gli arancini sempre invitanti. Non ricordo se mi fossero sembrati irridenti o partecipi della mia delusione.
Anni sono passati, tanti. Senza alcun motivo, vivo si è rifatto il ricordo di quella Domenica del 4 marzo del 1962. In un lampo ho ricostruito la scena ed ho compreso. La ragazza mi diceva non ragazzino vai a casa ma”ragazzino vai alla cassa”! Non avevo capito perché in paese andavi diretto al banco pagavi e pigliavi. Nei negozi non c’era la cassa!
Ora mi riconsidero e valuto la mia frustrazione e sento meno grave e più spiegabile il “ragazzino vai a casa” che il lungo e coninuativo lapsus freudiano:” reggersi agli opposti sostegni”!
16/24 settembre 2025. Piano Cottone-Milano
Ciro Gallo
