Scruosc, scrusciu, italianizzato scruscio : rumore generalmente leggero.
Già dai primi giorni del suo arrivo era rimasto affascinato. Non dai grattacieli, dalle Cadillac, dalle strade spaziose, dal brulicar di gente e dalla diversità di essa.
Capitava, in quel periodo di attesa di un lavoro, che si spingesse da Harlem, dove era arrivato, fino a Manhattan. Estasiato guardava, immobilizzato come da un incantesimo. Quei signori seduti su quello scranno -cassetta e quelle scarpe lucide, nere, più della pelle dello shoeshiner. Spostava gli occhi repentini dai movimenti veloci delle mani del ragazzo alle scarpe sempre più luccicanti. A volte non visto in mezzo alla folla, seguiva qualcuno di quei signori, che scesi dal seggiolone si incamminavano lungo i larghi marciapiedi. Lo guidavano la lucentezza delle scarpe e soprattutto il rumore di esse.
Succede che, per qualche motivo, per indurimento delle suole, le scarpe emettano dei suoni musicali, quasi un frinire di cicala, ritmici con i passi. Quel rumore lo incantava. Una specie di canto di sirene, un suono di flauto di Hamelin.
Si perdeva. Non esisteva niente. Seguiva il suono fino a quando quello scompariva. Si svegliava, tornava in sé col forte desiderio di scarpe come quelle.
Era tornato in paese dopo anni. Non vestiva più calzoni e giacca di velluto grezzo e lo scappuccio. Un vestito da sarto ed un cappotto. Di tutto punto. Soddisfatto. Solo delle scarpe ahi lui non lo era. Decise un giorno. Lo conosceva per la sua bravura. Scese dal borgo alto del paese, giù, giù verso la Portella fino a percorrere quasi tutta la via Gioberti.
La bancarella con gli attrezzi era, come di solito, davanti alla porta del catoio. I due fratelli Nasidd seduti a lavorare. Con apprensione e speranza si avvicinò e si rivolse al maggiore.
“Arfien, m’i fasgissi ən per də scarpì?”
“Scì mister Salvatore”.
Ora non era più u zu Turi, era tornato ricco dall’America.
“M’arcumänn iean eassər nar e dusgiant”
“Stai səgur, cchjù nar dû carban”
Dopo una breve pausa con voce da espressione desiderante : “N’eutra prəjera,iean eassər cû scruosc”
“Scì , scì, mister Salvatore, cu scrousc!”
Felice si allontanava u zu Turi ora mister Salvatore.
Mentre quello andava con andatura sollevata dall’aver esaudito il lungo agognato desiderio, i due si guardarono occhi tra occhi, Arfien si rivolse al fratello:” A tu ‘Ntunien, ghjə lə sbatuoma dì uovi ‘ntê scarpì pə fer u scruosc?”
Alla fine il rumore delle scarpe lo ottenne. Gli piaceva, gli faceva compagnia quando, nelle serate d’inverno, da solo, faceva la sua passeggiata per le strade deserte del paese.
Si accompagnavano lui, lo scruscio ed il vento che batteva sul bavero del paletot.
Traduzione rigo per rigo delle parti in sanfratellano
“Alfio, me li faresti un paio di scarpini”
“si mister Salvatore”
“mi raccomando che siano neri lucenti”
“stia sicuro neri più del carbone”
“un’altra preghiera, devono avere lo scruscio”
“sì, sì mister Salvatore con lo scruscio”
“ehi, Antonino gliele sbattiamo due uova negli scarpini per fare lo scruscio!”
13 ottobre 2025
Per il sanfratellano ho chiesto aiuto a Ciro Reitano. Essendo in prosa non poteva essere libero come quello dei miei versi
Ciro Gallo
