Archivi: Agosto 2020

Bechet’s Fantasy

31 Agosto 2020

Perché insieme mi sovvengon

i verdi pomeriggi di sole di Oxford

e l’ombra delle tue strade, Palermo,

nei meriggi d’estate

col vento del mare

che a folate leggere

attraversa i vicoli

agli incroci con esse?

Chissà perché the “Bechet’s Fantasy”

come la costruzione di un sogno

unite queste sensazioni mi richiama

da un loro esser riposte vicine

o nel medesimo luogo

o per fortuito incontro

nella plasticità continua

del nostro pensiero?

27 Agosto 2020

Ciro Gallo

Rivado

30 Agosto 2020

Sempre io rivado

e nei miei libri

e nelle pagine bianche 

di essi io ritrovo 

i miei pensieri

eccone uno:

Angoscia.

Nell’acqua distesa

eterno io vivo

bramando un approdo.

Marettimo 12 luglio 2001

Ciro Gallo

Luna tra i rami di gelso

25 Agosto 2020


 

Come uccello notturno

silenziosa  tu stai

questa sera luna

appoggiata sui rami

ed io posso toccar i tuoi

raggi che brillano

sulle foglie di gelso.

Discreto è il tuo chiarore

come i miei ricordi infantili.

22 Agosto 2020

 

                                                                                                                                                                             Ciro Gallo

La casa Cutò

20 Agosto 2020

A vederlo nel ricordo mi fa sempre pensare a Narciso. E di narcisi eran circondate le sue sponde.

Era apparso così, come sbucato dal nulla. Una chiazza di luce in quel fresco mattino, una apertura tra gli alberi. Uno di quei luoghi in cui Turien diceva di aver incontrato la sua fortuna. L’aveva vista per un attimo ed era subito scomparsa, il tempo di controllare lo scarto della sua mula. Le gote rosee, le trecce bionde,  gli occhi cilestri, così aveva immaginato la fugace comparsa. Di fatto da quel momento tutto per lui era migliorato, fino all’agiatezza sperata.

L’erba, come annaffiata di fresco, brillava alla luce del sole, stellata di gocce di rugiada, come piccole perle. Accarezzava tutto il prato fino a lambire le acque. Quasi immote le piccole onde, mosse da una brezza leggera che spandeva nell’aria il profumo insieme al pigolio di qualche uccello nascosto tra i rami dei faggi, che facevan recinto e corona. Silenzioso di altro il piccolo lago. Una pace alla mia ansia infantile. Ristoro alla modesta fatica, ad asciugar il sudore per il lungo cammino. Stringevo con la mia mano quella di mio padre. Morbida e protettiva era la sua mano. Camminavo, fuori dal viottolo, tra l’erba. Bagnava di freschezza con la sua acqua  le mie gambe ed i miei piedi nudi. Mi ero come sempre tolto le scarpe. Sempre ho amato comminare sull’erba. Mi accostavo rispettoso alle sue rive, timoroso di disturbare la sua quiete. Ho desiderato, come ancora mi capita, di immergermi nelle sue acque fresche, dimentico di qualsiasi pericolo. L’acqua per me è un lavacro ( di pace), un oblio, un liberarsi tranquillo, un volo di uccelli nel sereno del cielo.

Il viottolo si inoltrava ora nel bosco. L’ombra copriva come un manto il nostro camminare. Le foglie si muovevano leggere assecondando la brezza ed i raggi del sole che riuscivano a penetrare nel fitto degli alberi. Lontano ogni tanto si scorgeva il Biviere, con le sue acque azzurre, che rimandavano i raggi del sole. Solitaria, tranquilla svettava l’antenna di Monte Soro a vedetta di ognuno. Avevamo appena intravisto alcune casupole Di Cesarò, sparse in un tempo rarefatto. Passata Femmina morta è come se il nostro viaggio si fosse interrotto. Di colpo il bosco, i suoi cavalli allo stato brado e l’eco dei campanacci delle vacche si erano ecclissati e noi, volati oltre S. Fratello, usciti da un sogno, arrivati a casa.

Lavorava mio padre a Cutò. Misurava i gradoni che gli operai preparavano   per il rimboschimento. Mi aveva portato là una estate, col camion della ditta. Questa volta  l’odor della nafta non mi aveva disturbato, come in quell’altro viaggio, quando eravamo andati a Caltanissetta.  Non ricordo bene il tragitto. Mi ero trovato in quella casa in piena campagna. Bambino tra tanti adulti. Un edificio lungo, su due piani, con tante finestre, nessun balcone. Era stata una di quelle case di possesso dei principi Cutò. Alloggio per animali ed intere famiglie di contadini alle loro dipendenze. Ora piena di lavoratori, braccianti agricoli. Stavano tra Bagheria e Palermo i principi, come in città risiedeva l’appaltatore padrone di questi ultimi. Non c’era allegria tra loro. Tristi erano i tempi. O forse ora è solo una mia sensazione.

La pasta stortello, fumante, era stata versata  in un grosso piatto di maiolica. Turi Fallo,  uno dei capisquadra, alto e magro, con grossi baffi neri ed il volto bruciato dalle sigarette e dal sole, aveva preparato il sugo con pomidoro freschi e carne in scatola. Mangiavano insieme gli uomini, in quattro, ognuno dal proprio lato del piatto. Peppino, il capo cantiere, un omone bonario,  accortosi che per la mia timidezza, quasi paralizzante, non ordivo alzar la forchetta, versò una razione in una scodella e me la porse  dicendo : “non facciamo morire di fame il ragazzino”.

Forte, corposo e scuro era il vino che bevevano. Mio padre lasciava il suo bicchiere per ultimo, per berlo poi, finito di mangiare, prima di accendersi l’ennesima sua sigaretta.

La stanza si era riempita di fumo. Tutti fumavano. Aperta timorosamente la finestra, per far cambiar aria e buttar fuori il calore, mi affacciai,  investito da miliardi di stelle. È come se avessi acceso il cielo. Immobilizzato, stetti così trattenendo il respiro.

Spedito camminava mio padre, tutto il giorno,  lungo i gradoni. Li misurava con la sua rollina, una scatola rotonda, foderata di cuoio, ormai liso per l’uso. Da una fessura di essa usciva una fettuccia di circa 20 metri di lunghezza. Egli la svolgeva camminando mentre Fallo manteneva fissato a terra un capo di essa.  Riportava su un quaderno a quadretti, in colonna, cifre su cifre, che poi la sera, prima di cena, calcolava.

Alcuni giorni lo ho seguito nelle sue misurazioni. Tornavo la sera veramente stanco, assolato ed assetato. Non sempre l’acquaiolo riusciva a raggiungerci, così veloce andava mio padre. Persino Turi  faceva fatica a seguirlo. Di tanto in tanto, sudato e quasi affannato, si fermava e gridava: “Amerigo fermati, per carità, non ce la faccio più, mi fai mancare il respiro. E fumiamoci una sigaretta!” A questo richiamo magico si fermava, tirava fuori il suo pacchetto di Alfa, sfregava un fiammifero di legno su un sasso, accendeva una sigaretta, ne rubava una boccata e la porgeva a Fallo. Poi accesane una per sé si sedevano  e concentrati, muti, si beavano di quell’elisir velenoso che invadeva i loro polmoni.

Accortosi della fatica che facevo mio padre decise di non portarmi più dietro sul  lavoro. Restavo completamente solo in quelle lunghe giornate. Non c’era nessuno. Tutti erano andati a lavorare. Non erano tempi quelli per potersi permettere un riposo in più, per la fatica. Eravamo rimasti io, il chiocciar delle galline nella campagna e quella spettrale casa, muta di storie attuali in quei mattini, in attesa di ricacciar via i suoi fantasmi la sera, quando sarebbero tornati gli operai. Avrebbero coperto con le loro voci i ricordi che la abitavano.

Giorni erano passati. Sempre uguali per me, sempre gli stessi, in attesa del ritorno della gente, prima che, svegliati entrambi col buio, ci incamminassimo  insieme a piedi per il nostro viaggio di ritorno.

10 Agosto 2020

Ciro Gallo

Quanti di calore

18 Agosto 2020

Difficile accettarlo. Almeno per la mia mente. Un elettrone esiste soltanto se in qualche modo interagisce con qualcosa. La semplificazione di questo curioso pezzetto della meccanica quantistica è quasi puerile, me ne scuso … ma comunque incredibile. Almeno per le mie limitate capacità di comprensione. 

Eppure mi sembra così evidente che ciò che non capisco per il minuscolo sia indubitabile per il tutto: l’universo esiste soltanto se può essere percepito. 

Possiamo ipotizzare o immaginare infiniti altri universi, ma se non sono percepibili di fatto non esistono. In altre parole non è accettabile una esistenza oggettiva, se non in qualche modo percepita, anche soltanto da leggi matematiche.

Ne consegue che la morte dell’individuo è la morte di un universo? 

Già, ma divago. 

Sono partito dall’elettrone, che, come l’universo, esisterebbe soltanto se “percepito”. E se vale per l’immenso, perché non per il minuscolo?

Non ho capito nulla? Sono comunque contento così. Così posso accettare che questo stupido elettrone si comporti in modo irrazionale. 

Sto nei miei limiti e continuo a leggere. Chissà. Forse prima o poi capisco qualcosa. 

 

Se tu temi di divagare io mi limito soltanto a quello  e scrivo solo di ciò che penso, ed è anche questo relazionale. Esistono infatti i miei pensieri perchè interagiscono tra loro, anche se nessuno li vede, come i tuoi universi Edo. Questi ultimi esistono in quanto pensati, perché in relazione con noi e quindi tra loro. Quello che non capisco, io che sto leggendo le stesse “Sette brevi lezioni di Fisica”di Carlo Rovelli è come il calore possa determinare il tempo. Facile mi vien da pensare, non oso usare capire, che il freddo definisce la morte, cioè il non tempo.

Edoardo Fesce. Ciro Gallo

Niente mi cale

17 Agosto 2020

Niente mi cale

se non tornare a vedere

i miei luoghi

e tuffarmi nelle acque

di Torre del Lauro

e nuotar tra scoglio e scoglio

ed approdar stanco a san Biagio

e da là perdermi in alto

tra i boschi della badetta

e vincere la voglia

di spingermi al largo

ad inseguir le sirene

col loro canto, fin

dove la melodia del mare

si immerge con quella del cielo.

Niente mi cale

se non chiudermi anonimo

nel mio eremo di

Piano Cottone.

15 Agosto 2020

A Peppino

Ciro Gallo

 

 

 

Un mattino a ritroso

10 Agosto 2020

Era sempre lì. Ancora negli anni del liceo all’angolo del Palazzo Rizzo. Niente era cambiato solo che adesso aveva una carrozzina con le ruote.

Il sole del mattino faceva brillare l’asfalto, la strada era quasi deserta,  si poteva camminare in mezzo, nemmeno una automobile. Risuonava il rumore del macina caffè, il profumo delle paste secche  del bar  Schepis invadeva l’aria. L’emporio dei fratelli Pietro aveva alzato la saracinesca.

A guardarlo da lontano sembrava un busto di quelli eretti in commemorazione in attesa di essere posto  su un piedistallo. Non aveva le gambe. Tranciate secche. Sotto i monconi erano fissati dei pezzi di copertone per permettergli di muoversi, o forse meglio per fissarlo al pavimento. Anche allora aveva i capelli grigi, che dovevano essere stati biondi, un bel volto con gli occhi chiari.

Non capivamo come potesse arrivare a quell’angolo, ogni mattina, da contrada Astasi,  nella campagna fuori dal paese. Ci chiedevamo come fosse successo: in guerra, una bomba inesplosa scoppiatagli addosso mentre lavorava nei campi? Non aveva altre cicatrici. Tagliate di netto. Pensavamo che le gambe gliele avesse portate via un treno.

Per disperazione, solitudine e necessità di accudimento l’aveva sposata. La vedevamo di tanto in tanto accanto a lui allo stesso angolo. Non chiedevano l’elemosina, stavano a guardare silenziosi. Lui lo sguardo fisso, lei quello di una ebete. Di lei si era dovuto accontentare.  Dalla faccia di lei traspariva  una quasi totale assenza di capacità di comprensione.

Aveva avuto tanti figli, forse qualcuno non suo. Peppa sì, come Saro. L’altra che ho conosciuto non si può dire. Identica alla madre in tutto, fisico e mente. Tutti avevano ereditato i caratteri genetici della madre. Oggi si direbbe per una mutazione dominante di qualche gene che ne aveva compromesso lo sviluppo intellettivo. Tante di queste coppie ce ne erano allora. Gente con le stesse caratteristiche si univa o veniva fatta unire dai parenti per dare una compagna. Omogenee. La loro no, era una coppia spuria. Taciturno non si  lamentava mai. Equiparava la sua menomazione fisica a quella di lei.

Ora all’angolo di sotto della strada,  dove c’era appena discosta la farmacia, c’è l’edicola-profumeria dei fratelli Romeo. Allora,  forse una porta più in basso, c’era una bottega. Una specie  di alimentari e mescita .

Mia zia aveva la dentatura della sua famiglia, uguale ce l’aveva mio padre. Lievemente sporgente l’arcata superiore. Lungi da imbruttirli  li rendeva più affascinanti. Teresa aveva le labbra sempre lievemente dischiuse in un sorriso, un fare svagato del volto, un parlare interrogante, i capelli neri ondulati, un fisico snello. Mia madre, i capelli legati dietro, una fronte ampia, libera, le labbra con un pizzico di rossetto, lo sguardo vivo, profondo, anche se mesto. Erano giovani. Io e Luigi, mio cugino, stavamo vicini, attaccati alle nostre mamme. Non ricordo perché quella mattina fossimo andati a S. Agata.

La porta era aperta. Scesi un gradino ci trovammo in una stanza semi buia ma fresca. Un refrigerio in quel mattino d’estate, ormai divenuto caldo. L’odore della mafalda imbottita di mortadella aveva più gusto del suo sapore. Mangiavamo tutti e quattro. Le madri avevano preso anche un bicchiere di vino.

Andavano d’accordo le due cognate. La zia talvolta era scostante. Mia madre ora aveva imparato a conoscerla e non si mortificava come prima. Con Luigi eravamo cresciuti insieme, egli era più giovane di me di un anno. A volte diventava strano,  irrazionale, aveva comportamenti inspiegabili. Ancora mi porto il segno di una sua vergata a spezzarmi in due il sopracciglio. Mai in mezzo mi è ricresciuto.

Mi chiedo quanto le caratteristiche genetiche e le loro mutazioni,  quanto quelle costruzionali: l’ambiente sociale, i rapporti familiari, determinino le nostre intelligenze, la nostra emotività, i nostri comportamenti, la nostra stabilità di carattere e alla fine il nostro destino.

Spesso a chi la natura  ha riservato un normale sviluppo intellettivo, l’ambiente toglie l’equilibrio di vita. Questo incresciosamente è venuto a mancare a mio cugino.

Passo di tanto in tanto in macchina e girando la curva guardo d’istinto verso l’alto, come a volerlo rivedere. Tutto è cambiato. Il traffico intenso, la farmacia spostata, la bottega scomparsa, vetrine alla moda e anonime, Pietro ora è diventato D’amico , il vero cognome.  Chissà da quanto  è morto. Luigi è scomparso ancora giovane ed io ho i capelli bianchi e lo sguardo a ritroso.

4 Agosto 2020

Ciro Gallo