Archivi: Maggio 2013

Etaoghene Ariere.

31 Maggio 2013

Voracemente tutto mastica e digerisce facendo un assordante rumore. Poi nulla più, il silenzio. Fino ad un nuovo episodio, gridato, reso eclatante, confondente, Questa è la nostra stampa : una specie di caserolato. Scarsa sensibilità, poca partecipazione, poche domande sulle conseguenze per  e sui sentimenti della gente coinvolta.

Chi di quelli che : “sbatti il mostro-evento in prima pagina” ha oggi un angoscioso moto dell’anima al pensiero di quelle vittime che, svegliatesi un mattino, in un giro della loro vita normale, hanno trovato la morte? Senza una ragione, come per una calamità naturale, inaspettata ed imprevista. Chi vive l’assenza fisica ed affettiva dei parenti e degli intimi? Chi si interroga anche sulle condizioni mentali  di quello che , con un certo razzismo, veniva chiamato il “picconatore ganese”?  Scomparso adesso, come oscurato e negato in precedenza. Concreto solo come assassino. E prima? Nessuno aveva capito? Nessuno di quelli che con lui erano venuti a contatto aveva intuito lo stato della sua psiche malata? Nessuno aveva potuto curarsi della malattia interiore che, endemica, colpisce, nella solitudine e mancanza di speranza, gli immigrati, che lasciano la loro terra, la loro famiglia, portandosi appresso solo i loro  “spiriti” e le loro “voci” incontrollabili? Solo attenti a denunciarli come untori di malattie che non hanno, o che,  viste le possibilità di spostamento, noi ricchi occidentali possiamo contrarre  ed anche diffondere!

La mia angoscia dolorosa è per chi ha perso la vita ma anche per chi, pur vivo, perde l’esistenza perchè gli è negata, come ai tanti

ETAOGHENE ARIERE.

La voce era quasi in falsetto, non perché avesse qualcosa alle corde vocali, ma per timidezza e rispetto per l’altro. Il colore della sua pelle era nero. Più scuri i suoi occhi, soffusi da una patina gialla di tristezza. Lamentava qualcosa, ma soffriva di altro.

I figli lo avevano visto andar via, come tutti i giorni . La Nigeria è un paese infelice pensava. Condivide con molte nazioni l’infelicità .La povertà ne è un effetto e la causa. La religione l’accentua, avendo perso la sua funzione di conforto.

Come un sogno era passato. L’arido della sabbia sputato dalla bocca. L’umido ed il vento del mare nelle ossa. La paura. Tutte le paure. Quella presente, quella di ciò e di chi aveva lasciato e quella davanti che aveva un aspetto ululante senza fine. Come una mano sulla fronte la speranza. Il cuore gli sobbalzava. Si aggrappava a questa extrasistole.

Etaoghene Ariere è un nome scritto in una carta di riconoscimento di un rifugiato. La sua identità diluita nello sfondo bianco di un cartoncino. Il suo viso è anonimo. Solo un piccolo riquadro fotografico concretizza il suo essere. Solo quello egli è. Identificabile. Non corpo , non segno, non persona. Una carta. Un apparente bugiardo lasciapassare. Per altri neanche quello . Negati,non esistenti.

My name is Etaoghene Ariere, I am nigerian, a  refugee.

Per due anni era vissuto in un centro di accoglienza religioso, di questo non poteva lamentarsi. Erano rispettosi , comprensivi. Ma la sordità !

Please I need a job.

Soggetto della nostra compassione , non soggetto di diritti. Metafisico , non concreto necessitante.

Era arrivato all’Opera dopo un viaggio in treno da Novara. A quell’ora del mezzogiorno i treni sono quasi sempre vuoti, lasciando spazio all’odore del legno. Aveva aspettato il suo turno. Etaoghene faceva fatica a farsi capire. Nessun tentativo, quando l’altro non parla la tua lingua e non si sforza di comprenderti, nessun gesto riesce a creare comunicazione. Questo è un destino comune a tutti gli immigrati. Continuano a parlare tra loro, se sono fortunati, o a rimuginare i pensieri della solitudine nel più totale isolamento. Improvviso fu il senso di sollievo quando gli chiesi : “How are you? Where you come from? “. Aveva trovato un mezzo, un appiglio, un linguaggio terzo. Non per esporre i suoi problemi di salute ma per uscire dalla negazione. Esistente solo come corpo che manifesta un dolore. Usciva dal disagio.

Etaoghene aveva qualcosa di diverso da quello per cui era venuto. Forzando leggermente la prassi, col senso di solidarietà che ancora ci permette la professione medica, l’abbiamo trattato nel nostro ospedale . Trattato , non curato. Difficile è prendersi cura, curare il dolore morale, la povertà, il desiderio di lenire la mancanza, l’assenza, la rappresentazione di un mondo sperato.

Rauca e leggera è la sua voce, scandite le sue parole. Dignitosi , persi i suoi occhi. Sconfitta la speranza. Seduto mangia un pasto, imbandito in un lettino da visita. E’ servito quel cibo, che sarebbe stato buttato, a compensare il poco dei giorni prima. Qualche panino dopo aver dormito all’addiaccio in giardino per settimane.

No job sir… I have to go back. Back to Nigeria…. I need to go to the embassy

But you are a  refugee, a christian. You are going to get in trouble. Why don’t you wait ? Try again, look again for a job.

Sir… two years. It’s a long time… hard time. Please help. I have no money. I can’t go to Rome.

Ho mangiato il mio pane seduto accanto. Ho condiviso con Ariere il mio caffé.

In un treno che partiva per Roma, con solo uno zaino ed un giubbotto per coprirsi dal freddo è iniziato il ritorno in Nigeria. Respinto, non espulso. Nessuna legge restrittiva è più forte dell’individualismo, della superficialità di chi ha la fortuna di una nascita calda.

Etaoghene Ariere è un ricordo.

Ciro Gallo

COME I PESCATORI, LE RETI ED IL MARE

24 Maggio 2013

Aspetto con una certa impazienza che mi venga concesso di tornare alla mia natura di uomo.
Aspetto di non essere più soggetto a regole irreali che esigono la totalità del mio tempo, pena la perdita di capacità produttiva e quindi di mantenimento dello stato sociale.
Fatico ormai ad accettare che non esista più il sole, la pioggia, il giorno e la notte e le distanze non abbiano più realtà. Sempre e comunque rintracciabile e disponibile, con il dovere di dare risposte “a prescindere” .
Neppure i pescatori hanno ormai più il diritto di guardare il mare e decidere se uscire a pesca o sedersi al sole a riparare le reti.

Sans Atout

Furto e razzismo.

21 Maggio 2013

Io non sono fortunato nelle mie visite a White hart lane. Due volte  ci sono andato e due volte abbiamo beccato tre sberle. La prima  quando Benitez ha lasciato scorrazzare Bale,  affidandolo alla marcatura di un  Maicon già sulla china del declino. La seconda quando Stramaccioni, alla fine una delusione, si è presentato con Pereira come punta più avanzata, lasciando Palacio in panchina. Non serve soffermarsi su Alvarez.

Ma non è di questo che voglio parlare. Ciò di cui voglio brevemente occuparmi è del razzismo negli stadi e della macanza di una vera lotta antirazzista. Quella culturale. In realtà il “buonismo repressivo” di una connivenza economica non serve. Se, piuttosto che multare, squalificassero il campo e/o bandissero dalle varie competizioni, sarebbe una ottimo cosa. Ma non basterebbe. C’è  un pressante bisogno di cultura, di spiegazioni, di presa di coscienza che certi atteggiamenti, certe espressioni sono inutili, prive di fondamento, nate dalla rabbia del momento e soprattutto senza alcun effetto sul risultato del match.

E’ capitato che nell’ultimo scontro tra Tottenham e Inter, dopo le offese razziste rivolte, a Milano, ad Adebayor, alcuni giovani interisti, per rabbia, sul 3 a 0, cominciassero  a gridare, all’indirizzo dei tifosi ospiti, vecchi insulti razzisti di una Europa che avremmo voluto non fosse mai esistita. E’ bastato che qualcuno, con determinazione e persuasione, facesse notare che quegli insulti erano assurdi, inconcludenti ed offensivi e che sarebbe stato meglio perdere con dignità, che subito si è smesso di gridarli per tutto il resto della partita.

Bisogna avere il coraggio di intervenire in maniera culturalmente  decisa e spiegare, senza avere l’arroganza di convincere. Il resto viene da solo.

Esiste però, nel nostro calcio in particolare, un altro fenomeno, che avviene invece  sul campo di gioco e non sugli spalti. Sempre più accade che giocatori cerchino di indurre in errore gli arbitri, con simulazioni, con stramazzanti cadute , per un lieve contatto di gioco, come se avessero ricevuto una schioppettata alle spalle. Questo soprattutto in area di rigore. Quest’atto disonesto è un autentico furto, anche se non punito dalla legge. Queste “furbizie” sono insegnate da alcuni allenatori  e “istigate” da alcune società. Il vantaggio che ad esse ne deriva è economico. Può fruttare milioni di euro!

Abbiamo litigato con la nostra tifoseria quando insultavano Zoro, di cui solo pochi oggi si ricordano. Stigmatizzato  chi ingiuriava Kanu, per fare solo due esempi. Ci disgustano oggi i bu rivolti a Balotelli, a cui va tutta la nostra solidarietà, come emblema di tutti i giocatori neri. Resta per noi inconcepibile una discriminazione per il colore della pelle. Non capiamo dove sia l’umana differenza!

Da Balotelli ci si attende però un comportamento equivalente alla sua bravura. Non ci si aspetta che “imbrogli” cadendo  in area per ottenere un rigore. Se questo serve poi a procurare  alla sua società  un introito immediato di 30 milioni di euro  e la possibilità di un ulteriore guadagno, a discapito di una squadra concorrente, non è forse  un comportamento scorretto, “illegale”?

Certamente il furto non è paragonabile al razzismo, ma ha il suo peso!

Ciro Gallo

Lotteria

14 Maggio 2013

In 2008, Oregon initiated a limited expansion of its Medicaid program for low-income adults through a lottery drawing of approximately 30,000 names from a waiting list of almost 90,000 persons. Selected adults won the opportunity to apply for Medicaid and to enroll if they met eligibility requirements. This lottery presented an opportunity to study the effects of Medicaid with the use of random assignment. N Engl J Med 2013; 368:1713-1722 May 2, 2013.

Ecco come vorrebbero ridurci!

Ciro Gallo

Rosa Balistreri e la multa.

9 Maggio 2013

La storia romanzata di Rosa Balistreri e delle sue sorelle, così come me la raccontò un giorno Enzo Consolo, forse appresa da Ignazio Buttita, è quella di  tre donne siciliane costrette dalla povertà ad emigrare a Firenze e del loro padre che andò a trovarle per scoprire che non facevano in effetti le operaie. Il pathos della storia vuole che questi, per il dispiacere, si suicidasse.

Esistenza di stenti e di abusi fu quella di Rosa, fin quando non incontrò il pittore Manfredi. Da quel momento la sua vita, anche se segnata, cambiò. Rosa divenne cantante.

Ancora adesso, al pensare alle sue canzoni, la voce di Rosa impressiona. Non note ma lamenti uscivano dalla sua bocca e la disperazione della violenza subita da parte degli uomini e del potere, molto più accanito e vigliacco. La sorpresa e l’impotenza davanti al padrone, per cui lavoravi, che ti aveva violato e che ora, come altro abuso, ti strappava dalle mani scorticate e sanguinanti il mazzetto di asparagi, per buttarlo alla vacche, perché raccolto nel suo bosco senza chiedere permesso!

Non solo questo però era Rosa. La sua voce diventava appassionata, vellutata quando cantava canzoni d’amore. La dolce disperazione desiderosa dell’amante di: “Mi votu e mi rivotu suspirannu, passu l’interi notti senza sonnu…”

Mi è toccato, un sabato mattina di qualche settimana fa, di accompagnare un mio familiare al terminal 2 dell’aeroporto della Malpensa. Davanti alle partenze c’è un parcheggio ed un vigile che si aggira con fiuto canino. Posteggio, pronto a cercare la macchinetta per pagare la sosta. Nessuna nelle vicinanze. Mi accorgo però che , proprio davanti al posto dove ho parcheggiato c’è una insegna con scritto : “Parcheggio di 1 ora”. Metto il disco orario e per essere sicuro guardo nel cruscotto delle altre auto. Tutte hanno il disco orario esposto, nessuna il ticket della sosta. Saluto il mio familiare e dico all’altro congiunto, che lo stava accompagnando alla partenza, che l’avrei aspettato in macchina. Dopo poco però , per necessità ed urgenza, mi allontano e mi reco alla toeletta. Torno dopo appena dieci minuti e trovo una multa! Guardo in giro, anche sulle altre macchine lo stesso conto corrente. Sorpreso, indispettito,  vado alla ricerca del vigile. Lo trovo. Gli chiedo spiegazioni e gli faccio notare che la dove ho posteggiato c’è l’insegna  “Parcheggio 1 ora”. Mi guarda e con scarsa partecipazione mi dice che ci sono le strisce blu per terra e che quelle sono indicative della sosta a pagamento. Sottolineo ancora che c’è il cartello di parcheggio orario e che altri hanno dato la mia stessa interpretazione. Mi suggerisce di andare a contestare  il fatto al comando dei vigili, che naturalmente non è in aeroporto ma a Somma Lombardo. È ovvio che tu venga da Milano e ti metta a cercare la stazione della vigilanza urbana, come se fossi lì per quello! Ribadisco che le insegne sono confondenti e se così (volontariamente) lasciate potrebbero far sospettare un inganno, quasi una truffa. Mi risponde che non dipende da loro e che  responsabile è la SEA! Mi vien da pensare che qualcuno nel varesotto voglia rifarsi così dei gioielli di Belsito. Quelli che sarebbero stati restituiti!

Ora per tornare a Rosa Balistreri, ella non cantava solo canzoni disperate ed appassionate ma anche di protesta e canzonatorie del potere, dello stato, delle autorità che dovrebbero proteggerti, rispettarti, fare i tuoi legittimi interessi e non vessarti o imbrogliarti.

Rosa cantava nei suoi concerti con sarcasmo  e riso sprezzante : ” Guvernu italianu ti ringraziu ca p’ pisciari fora nun si paga daziu ma p’ si fari na ca, ca, ca, caaaa cata ci voli la carta bullata”.

Ecco a me è costata 41 euro più la tassa postale. Un privilegio in un periodo di crisi economica.

Governo italiano ti ringrazio!

Ciro Gallo

Andreotti.

7 Maggio 2013

E’ morto Andreotti. E beh?!!? Ce ne eravamo dimenticati.

Ben altri problemi ed altri mali abbiamo oggi!

Ciro Gallo

Pensionatela!

1 Maggio 2013

Ci hanno messo 1 anno e 5 mesi, i  nostri politici,  per capire che la riforma della professoressa Fornero era una “boiata pazzesca,” dannosa all’economia ed in primis ai cittadini anziani e giovani di questo paese. Sino ad oggi c’era stata la consegna del silenzio: si sa( forse), ma non si dice…, tanto Noi ( i politici) siamo tranquilli, non lavoriamo! Abbiamo i vitalizi baby!

Speravano di sistemare i conti pubblici nella maniera più facile ed indolore ( per loro), cioè facendo cassa sulle pensioni, senza doversi  sforzare a pensare qualcosa di più complicato, che richiedesse applicazione e competenze da parte loro…

Oggi improvvisamente il tappo è saltato! Si parla dei danni: blocco del turn over, impossibilità di inserimento dei giovani, esodati, conseguente calo dei consumi..

Tanto ci voleva per capirlo (e dirlo) al PD? Bersani prima delle elezioni aveva balbettato qualcosa, ” forse , ma…. sì però…. sostanzialmente è giusto lavorare sino a 70 anni, tutti qualsiasi lavoro si faccia, WHY NOT?”

Un suggerimento all’Università di Torino: PENSIONATELA! Ha mostrato di non aver studiato bene nè capito nulla sull”argomento  principale di tutta la sua carriera universitaria. E poi …largo ai giovani anche nel mondo accademico!!

Nina