Chissà da dove gli proveniva quel soprannome. Qualcuno glielo aveva appioppato.
Carmelo si incazzava quando lo chiamavano lalléro. Mi minchia jò mi chiamo Re..rescifo, Ca..ca Carmelo Rescifo!
Era un pò balbuziente, intelligente quanto basta ma, o forse per questo, grande senso dell’ironia, come difesa.
Accanito giocatore di pennini. Sempre arrivava in ritardo insieme a Castrovinci. Si incaponivano nel gioco. Si dimenticavano della campanella. Abituati alle bacchettate sulle gambe della maestra Fina. Una dei tanti e tante insegnanti Parisi che “occupavano” la nostra scuola elementare.
Di qualche anno più vecchio, ripetente, era in classe con me. Biondo, capelli lisci, occhi chiari, pulito. Sempre stirato il suo gembiule nero, senza una macchia. Unico disordine il colletto col fiocco blu costantemente di lato sul collo. Era cresciuto sempre più alto di noi, sempre pulito, sempre sopra le righe, sempre col senso dell’ humor. Balbuziente, ma non sempre.
Ci si ritrovava al bar prima da adolescenti, poi da giovani. Quelli rimasti in paese e quelli che d’estate tornavano da Milano. Magnificavano le loro “conquiste”
Anche se disturbanti i loro discorsi, i loro atteggiamenti, i loro giudizi sulle donne, anche se non condivisi, ti si attaccavano in maniera subdola, inavvertiti addosso, come un fungo sulla pelle. Condizionavano il tuo pensare l’altra. Ti costringevano poi ad un lungo lavorio di recupero. Costante il senso di colpa.
Parlavano, spropositavano, inventavano, le sparavano grosse sulla loro facilità di farsi le donne. Una tanto grossa da intrigare Carmelo.
Raccontava. Sì, sì è vero anche a me è capitato. Fa..facile come dite voi. Anzi fa..fa..facilissimo.
E continuava. Ero sceso alla stazione Lima del metrò a Milano. Là era. Ferma sul marciapiede. Splendente nella sua bellezza, nell’oscuro del mezzanino e del pavimento di gomma. Avrà avuto 20 anni. Bruna, di statura media, capelli corti ondulati appena al collo, occhi vivaci. Proporzionata. Belle le tette, strette in una camicetta. I fianchi, i fia..fianchi poi, e le gambe, lunghe, scoperte da una minigonna. Tutto un su..subbuglio. Un rimescolante calore dentro.
Mi diede uno sguardo fugace. Poi uno più prolungato. Non capivo. Ho guardato dietro. Ero solo. Nessun altro. Era a me rivolto. Sono arrossito. Lentamente, ancheggiante ma con discrezione saliva ora le scale. Io dietro. Si voltava. Guardava. Io seguivo.
Corso Buenos Aires era pieno di traffico. I marciapiedi al solito con tanta gente. Avevo temuto di perderla di vista. Ma era lei che si faceva scorgere. Guardava. Decisamente a me erano rivolti gli sguardi. Lei guardava ed io seguivo per tutto il tratto, fino a Porta Venezia.
Per un benefico artificio il marciapiede si era svuotato. Si era voltata ancora. Tentennavo , intimidito. Invitante mi fissava ora così intensamente che, che. mi..minchia, m’attisai!
Mi feci coraggio, allungai il passo, mi avvicinai. Quando le fui accanto, di fronte all’Alemagna, non ebbi neanche il tempo di una parola, fu lei a parlare: “50 mila”… Assiccai!
Sì , sì fa..fa..facile anzi facilissimo fa..farsi le donne a Milano!
Bonaccione e strano era cresciuto. Assumeva di tanto in tanto atteggiamenti di prepotenze minaccianti. Irrazionali. A limite dell’idiozia. Strano perché mentre noi portavamo jeans e maglietta lui indossava quasi sempre il vestito.
Il campo sportivo era stato spianato con un trattore. Dopo il rullo passato alla belle e meglio, avevamo noi sgretolato ed appiattito le zolle giocandoci sopra. Tutti i giorni. Tutte le volte però dovevamo combattere con qualche impedimento : il mulo attaccato al palo della porta, le numerose galline che dai pollai delle vicine case popolare venivano a razzolare.
Quella volta era stato più difficile. Proprio davanti ad una porta, quella lato Palermo, un piccolo accampamento di zingari. Macchine e tende. Sembrava fatto apposta. Sul campo, non sullo spiazzo verde di sotto! Eravamo rimasti interdetti. Fermi a guardare, col pallone in mano. Difficoltoso è stato farli spostare. Solo il paventato ricorso ai carabinieri li aveva convinti.
Contenti avevamo iniziato a giocare, ma non era finita.
Scendeva il viottolo che dalla strada portava al campo, con passo lento e l’aria prepotente Carmelo. Vestito di tutto punto. Un completo. Pantaloni e giacca dello stesso colore, verde celestino, camicia bianca, un cravattino blu, spostato di lato. Scarpini neri a punta. Entrò nel campo e quando fu in mezzo esclamò ad alta voce : “ ca..ca se nun jocu jò nun..nun jo..joca nuddu!” Non è che giocasse bene Carmelo, anzi era uno scarpone. Seminava calci per tutti. Avevamo cercato di renderlo a ragione.
” Ma come fai a giocare col vestito e gli scarpini?”
“Nun mi interessa”
“ Ma Carmelo!?”
“ Nun ..nun m’in te re ssa!”
“No, non puoi
“no nun pozzu”
No, non puoi
“Ah sì, o jocu jò o lignati pi tutti!”
E fu così che si azzuffò con uno di noi.
Aveva Carmelo una fragilità capillare alle narici. Di tanto in tanto gli “scattava il naso”. Per caso in quel parapiglia un pugno o una manata lo colpi . Improvviso fu il sangue.
Paura gli aveva sempre fatto il rosso del sangue. Restava paralizzato. Cosi avvenne anche quella volta. Si blocco completamente. si ammansí e rinunciò alle sue minacce. Pacificato si sedette sulla scarpata e ci guardò giocare.
Più lo ricordo per il suo sorriso sfottente e provocatorio, per il suo soprannome e per il “ mi ..mi..minchia jò, jò. figghi di buttana mi chiamo Rescifo. Carmelo Rescifo!”
Carmelo alla fine era un buono o, come affettuosamente da noi si dice, un babbasunazzu
Ci penso a Carmelo, alla sua corpulenza vera o immaginata tale, ai suoi capelli biondi, agli occhi chiari, alle sue minacce senza danni e alla sue innocue piccole prepotenze.
Mi viene in mente un altro fisico corpulento con occhi chiari, un parrucchino biondo che dispensa minacce e prepotenze effettive a tutto il mondo. Che pretende. Che come un LALLÉRO pericoloso impone di fare come e ciò che lui vuole. Altrimenti ti invade, ti bombarda, ti sequestra, ti riduce sul lastrico. E tutti acquattati come le galline davanti al gallo predone. Nessuno ha l’ardire, anche per caso, di fargli “scattare il naso” come uno di noi aveva fatto con Carmelo lalléro.
13 gennaio 2026
Ciro Gallo