Stazioni

12 Febbraio 2026

Era là  solitaria la stazioncina, con la sua edicola, il piccolo bar, i binari e le sbarre. Rasserenante.

La raggiungevo attraverso il binario morto sotto il ponte della Ghisolfa. Alle 5 del mattino. Nell’umido silenzio nessun rumore, solo quello dei miei passi sulle traversine ed il ghiaieto. Dormiva ancora nelle adiacenze il campo dei rom. Pigliavo il treno per Castano primo, dove, giovane laureato senza lavoro, andavo ad insegnare per qualche lira.

Risalta ancora come contrasto alla memoria la stazione della Bovisa con i suoi passeggeri  e gli abituali frequentatori del bar di quell’ora. Disparati tipi. Spiccava tra loro il milanese vero con gli occhi chiari, il biondo dei capelli brillantinati, il fazzoletto rosso con motivi liberty  intorno al collo, gli stivaletti di cuoio con il tacco alto. Un cinematografico Jessy James di quartiere.

Sali su un treno. Nella confusione di gente e binari scopri di essere  su quello sbagliato. Scendi. Corri veloce. Il treno per Saronno ti sfugge sotto il naso. Guardi per uno che ti porti alla fermata intermedia dove puoi incrociare il passante coincidenza per la tua destinazione. Un ossimoro. Non passa mai. Sempre in ritardo. Mi ritrovo in un posto polveroso semovente. Gente ammassata, stanca,  triste, gli occhi in alto. Al tabellone dei treni con gli orari, i binari ed i ritardi. Improvvise migrazioni  apparentemente inspiegabili, di gruppi come  automi verso le scale buie lungo un pavimento nero. Altri restano ancora con lo sguardo obliquo al cielo, a leggere treni binari e ritardi. Un hub di confusione sporca, disperante, anonima respingente, la nuova stazione della Bovisa. Sepolta, scomparsa quella passata che dava serenità alle mie angosce di giovane. Là mi sono trovato perso, stanco come uno che abbia smarrito la meta, l’orientamento. Impossibilitato a compattarmi e non per la mia età.

“Devi uscire, non puoi stare in casa,  devi muoverti”. Insisto mi rifiuto.

Oggi sono uscito, ho dovuto farlo, non potevo altrimenti.  3 del pomeriggio. Sole. 30 gradi. Ho una andatura piegata da un lato. Vado latino, latino ai muri  per sfruttare qualche goccia di ombra e proteggermi. Il panama che vesto mi significa quando esalta la corona bianca dei miei capelli. Ora mi si cala sulla fronte perché corti, appena tagliati. Evidenzia le rughe e la mia faccia, gli occhi sperduti. Affretto i passi,  spingo in avanti il tempo per abbreviarlo. Scendo le scale, guardo il tabellone degli orari, vado a validare la tessera. Il biglietto non esiste più. Il lettore non si accende. Sulle scale un parlare castigliano. Chiedo. “Son tres días  che non funziona” in un misto di italiano e spagnolo. Vado per le scale al binario. Aspetto il treno. Arriva. Salgo. Sto sulla piattaforma vicino al corridoio. Guardo, mi interesso. Studio la gente.

La guardavo avrà avuto appena 18 anni, stava seduta all’inizio del corridoio. Giovane, minuta i capelli neri e corti, non un filo di trucco. Solo uno sfumato viola sulle labbra. Immagine di una fantasia catturante

Lolita non è un tipo fisico, la rappresentazione di un corpo ma un concetto creato da chi è attratto e da chi attrae che percepisce e concretizza il proprio fascino attraverso l’altro. Lolita è creazione di sé.  È l’amore adolescente, primogiovanile di ognuno di  noi. Non definisce un sesso, è metafora dell’attrazione. Un concetto armonioso  di una corporeità, di una sensualità coinvolgente. Lolita non è una pruderie ma una sensazione, una aesthesis.

Era ancora là. In disparte. Assente. Non guardava nessuno. Non si guardava intorno, incurante della curiosità, dell’ammirazione estetica di chi la osservava. Della sua figura, immagine  condivisa,  comune, che a volte si crea in maniera silenziosa spontanea, involontaria  di cui avrebbe potuto gioire. Giocava con gli occhiali da sole. Li toglieva e li metteva su. Si specchiava nel narcisismo povero del suo smart phone, che le rendeva una immagine corretta non sua. Modificata, senza le normali imperfezioni. Solo  rassomigliante per poterla catturare, per continuare  a specchiarsi. A cercarsi in una rappresentazione altra. Una sterile non relazione  di immagini mute, prive di un vero sentire. Un desiderio di sé  senza condivisione.

Spingo lo sguardo più in là.  Due ragazzi parlano tra loro uno di fronte all’altro. Uno è seduto. Accanto una ragazza. Ne intuisco l’età dall’acne del viso di quello in piedi. Appena insicuro. L’altro certo di sé, senza necessità di dimostralo. Abituato al suo essere dal benessere che gli si legge. Parlano, parlano. Smanettano i loro cellulari. Si mostrano le immagini. Nessuna parola, nessuno sguardo alla ragazza. Silenziosa se ne sta accanto. Dimessa. Accettante il suo ruolo di fidanzatina. Triste. Trascurata. Dipendente. Nessun rivendicare il valore del suo essere donna  o almeno della sua avvenenza, da contrapporre alla già costituzionale supponenza di quei due.

Mi sovviene di quando io ero della loro  stessa età e sospiravo avere una ragazza accanto. E quando qualcuna accettava il mio amore la guardavo ammirato, riconoscente. Starle vicino avvolgeva di  dolcezza e leggerezza felice il mio corpo. Mi chiedo se sia ancora possibile un tale sentimento  e chi possa desiderare tali sensazioni.

Là scendevo tutte le volte che tornavo dall’università. A piedi andavo in via Delfico. Là senza gioia sono sceso, dopo il mio brillante esame di clinica medica. Fatto nel disperante dolore della recente giovane morte di mio padre. Salivo i gradini con sforzo. Sembravano partecipi alla mia sofferenza quelle ripide scale. Tristi come la solitudine degli anziani.

Nei suoi dintorni passavo le sere che uscivo, dopo le ore di insegnamento, dal Cesare Correnti. Prendevo in quell’inizio di notte  la 78 per tornare a casa. Ad un angolo della strada, discosto appena dalla fermata, stava, quasi a volersi nascondere, silenzioso il trans. In attesa di qualcuno.

Son tornato a vederla.  Neanche la stradina è rimasta uguale, irritante nonostante il regalo del sole in una giornata d’inverno.

Circondata da grossi vasi con cespugli di foglie verdi a far da perimetro e a nascondere ed isolare. Dell’edificio resta solo la facciata giallo sporco con la scritta  Milano Nord Bullona. Ora è un ristorante. Scure vetrate con su scritto “si accettano prenotazioni per il cenone di capodanno”.

Silenziosa la ricordo. Anonima. Gialla come una foglia appassita. La notavi solo quando ci entravi dentro, con la sua finestrella simile ad una vecchia cassetta delle lettere, dove una faccia era pronta a farti il biglietto. Una edicola assente, forse anche dell’edicolante.

La stazione l’hanno spostata verso City Life. Ora si chiama Domodossola fiera.

Ampia, lunghi i marciapiedi dei binari. Luminosa. Di quella luce che azzera tutte le caratteristiche, che spersonalizza, che priva del sé ogni luogo.

Assorto. Fermo il treno. Anch’io annullato nell’uniformità di quella luce. Cercavo di resistere, di oppormi. Concentrato su me aspettavo che il treno ripartisse. Guardavo solo le porte ancora aperte.

Erano  arrivate correndo trafelate, ansanti. ” Hai visto che ce l’hai fatta!”

Accaldata nel viso  si era seduta. Regolare era diventato il respiro. Calma, traspariva libera la sua giovane età. Ora guardava quell’altra che, accoccolata, stava sul marciapiede, come per starle vicina. Alla stessa altezza gli sguardi. Materni i suoi fianchi, pieno di dolcezza, accogliente il suo petto.

Lungo era diventato il tempo mentre il treno in attesa. Ella lo aveva fermato, espanso con i suoi occhi desideranti. La guardava. Era come se il suo corpo si smaterializzasse e si proiettasse verso, eliminando l’impedimento del vetro del finestrino. Da dentro le rispondeva  portandosi due dita alle labbra, staccandole poi leggere, a significare nascosto un impercettibile bacio.

Il treno partiva. Con sguardo estatico, dalla banchina, la accompagnava, trattenendo la sua figura, limpida, immateriale, concreta nell’amore. Fuse, per liberarsi entrambe nella gioia del prossimo incontro. Nulla esisteva d’altro in quel momento. Tutto comprendeva il suo sentire. Pieni gli occhi di amore, speranza felice. Desiderio del corpo senza possesso. Amore nascosto, impedito, dissimulato,  il solo che ormai mantiene le origini pure e l’inaspettata sorpresa  di quello adolescenziale.

Intento a ritrovare in me una immagine ormai senza materia di un desiderio vissuto, non ho più guardato intorno. Ho chiuso quasi gli occhi per cercarla, fino alla stazione di Novate. La mia.

giugno 2025/gennaio 2026

Ciro Gallo

 

[12 Febbraio 2026]


Perché

11 Febbraio 2026

Fanciullo io son stato

di tanti perché

da vecchio ancora

io chiedo

interrogate bambini

fate tante domande

subissate gli adulti

dei vostri perché

creategli dubbi

sulla loro supposta

superiorità e potere

istigateli alla necessità

delle domande.

8 febbraio 2026

Ciro Gallo

 

[11 Febbraio 2026]


Smentire Dio

8 Febbraio 2026

Non nell’ a priori

della sua mente

decisione o castigo

di Dio

è la povertà

non un obbligo

al suo volere

non ineludibile

destino l’infelicità

si possono interrompere

questi flussi di negazione

ci si può opporre

agli esterni fattori

agli impostori di

una vita morte

persino Dio

si può smentire

non sono corredo

dell’uomo infelicità

e povertà

19 gennaio 2026

Ciro Gallo

 

[8 Febbraio 2026]


Giano

7 Febbraio 2026

La speranza è una invenzione aspettante

che chiamiamo desiderio

apre il tempo verso,

l’aspettativa

crea o inventa il futuro

 

Giano,

con i tuoi volti tu guardi

al passato e al futuro

ed occhi non hai per il presente

o forse a te manca o neghi

e non vuoi vedere l’attualità

di cui anche tu sei partecipe

e complice ma non solo tu Giano

tutti noi oscuriamo la vista

all’ inconcepibile e  all’inspiegabile

che oggi testimoniamo per

dolore o salvaguardia

a due volti ci costringiamo

quello della creazione dei ricordi

e quello della invenzione aspettante

17 gennaio 2026

Ciro Gallo

 

[7 Febbraio 2026]


Aforismi

6 Febbraio 2026

Equivalenza :nulla ed assenza

spinto all’estremo il soffrire anestetizza

così l’assenza e l’estremo d’amore

ogni estremo cancella il sentire

l’iperbole tende al nulla, unica persistenza.

2 febbraio 2026

Ciro Gallo

 

[6 Febbraio 2026]


muse povere

3 Febbraio 2026

Muse povere

in una notte di luna

io ho incontrato

non sfarzoso regalo

mi han lasciato

non una lira splendente

come ad Archiloco

ma una minuta

per piccoli versi

che grande però

dolcezza d’amore

spandon nell’aria

a molcere dolente

l’animo mio

23 gennaio 2026

Ciro Gallo

 

 

[3 Febbraio 2026]


Paideia

28 Gennaio 2026

Lontani vi tengono

da parole alte

adducendo a ragione

la vostra giovane età

non sanno,

uomini imbruttiti

nell’assuefazione al comune

di cui si costringono a vestire gli abiti,

che sapienza e saggezza vivono in voi,

nostri maestri

non siate incerti

non abbiate paura

dei vostri desideri

della vostra poesia serena

delle vostre verità

22 gennaio 2026

Ciro Gallo

 

[28 Gennaio 2026]


LALLÉRO

15 Gennaio 2026

Chissà da dove gli proveniva quel soprannome. Qualcuno glielo aveva appioppato.

Carmelo si incazzava quando lo chiamavano lalléro. Mi minchia jò mi chiamo Re..rescifo, Ca..ca Carmelo Rescifo!

Era un pò balbuziente,  intelligente quanto basta ma, o forse per questo, grande senso dell’ironia, come difesa.

Accanito giocatore di pennini. Sempre arrivava in ritardo insieme a Castrovinci. Si incaponivano nel gioco. Si dimenticavano della campanella. Abituati alle bacchettate  sulle gambe della maestra Fina. Una dei tanti e tante insegnanti Parisi  che “occupavano” la nostra scuola elementare.

Di qualche anno più vecchio, ripetente, era in classe con me. Biondo, capelli lisci, occhi chiari, pulito. Sempre stirato il suo gembiule nero, senza una macchia. Unico disordine il colletto col fiocco blu costantemente di lato sul collo. Era cresciuto sempre più alto di noi, sempre pulito, sempre sopra le righe, sempre col senso dell’ humor. Balbuziente, ma non sempre.

Ci si ritrovava al bar prima da adolescenti, poi da giovani. Quelli rimasti in paese e quelli che d’estate tornavano da Milano. Magnificavano le loro “conquiste”

Anche se disturbanti i loro discorsi, i loro atteggiamenti, i loro giudizi sulle donne, anche se non condivisi, ti si attaccavano in maniera subdola, inavvertiti addosso, come un fungo sulla pelle. Condizionavano il tuo pensare l’altra. Ti costringevano poi ad un lungo lavorio di recupero. Costante il senso di colpa.

Parlavano, spropositavano, inventavano, le sparavano grosse sulla loro facilità di farsi le donne. Una tanto grossa da intrigare Carmelo.

Raccontava. Sì, sì è vero anche a me è capitato. Fa..facile come dite voi. Anzi fa..fa..facilissimo.

E continuava. Ero sceso alla stazione Lima del metrò a Milano. Là era. Ferma sul marciapiede. Splendente nella sua bellezza, nell’oscuro del mezzanino e del pavimento di gomma. Avrà avuto 20 anni. Bruna, di statura media, capelli corti ondulati appena al collo, occhi vivaci. Proporzionata. Belle le tette, strette in una camicetta. I fianchi, i fia..fianchi poi, e le gambe, lunghe, scoperte da una minigonna. Tutto un su..subbuglio. Un rimescolante calore dentro.

Mi diede uno sguardo fugace. Poi uno più prolungato. Non capivo. Ho guardato dietro. Ero solo.  Nessun altro. Era a me rivolto. Sono arrossito. Lentamente, ancheggiante ma con discrezione saliva ora le scale. Io dietro. Si voltava. Guardava. Io seguivo.

Corso Buenos Aires era pieno di traffico. I marciapiedi al solito con tanta gente. Avevo temuto di perderla di vista. Ma era lei che si faceva scorgere. Guardava. Decisamente a me erano rivolti gli sguardi. Lei guardava ed io seguivo per tutto il tratto, fino a Porta Venezia.

Per un benefico artificio il marciapiede si era svuotato. Si era voltata ancora. Tentennavo , intimidito. Invitante  mi fissava ora così intensamente che, che. mi..minchia, m’attisai!

Mi feci coraggio, allungai il passo, mi avvicinai. Quando le fui accanto, di fronte all’Alemagna, non ebbi neanche il tempo di una parola, fu lei a parlare: “50 mila”…  Assiccai!

Sì , sì fa..fa..facile anzi facilissimo fa..farsi le donne a Milano!

Bonaccione e strano era cresciuto. Assumeva di tanto in tanto atteggiamenti  di  prepotenze minaccianti. Irrazionali. A limite dell’idiozia. Strano perché mentre noi portavamo jeans e maglietta lui indossava quasi sempre il vestito.

Il campo sportivo era stato spianato con un trattore. Dopo il rullo passato alla belle e meglio, avevamo noi sgretolato ed appiattito le zolle giocandoci sopra. Tutti i giorni. Tutte le volte però dovevamo combattere con qualche impedimento : il mulo attaccato al palo della porta, le numerose galline che dai pollai delle vicine case popolare venivano a razzolare.

Quella volta era stato più difficile. Proprio davanti ad una porta, quella lato Palermo, un piccolo accampamento di zingari. Macchine e tende. Sembrava fatto apposta. Sul campo, non sullo spiazzo verde di sotto! Eravamo rimasti interdetti. Fermi a guardare, col pallone in mano. Difficoltoso è stato farli spostare. Solo il paventato ricorso ai carabinieri li aveva convinti.

Contenti avevamo iniziato a giocare, ma non era finita.

Scendeva il viottolo che  dalla strada portava al campo, con passo lento e l’aria prepotente Carmelo. Vestito di tutto punto. Un completo. Pantaloni e giacca dello stesso colore, verde celestino, camicia bianca, un cravattino blu, spostato di lato. Scarpini neri a punta. Entrò nel campo e quando fu in mezzo esclamò ad alta voce :  “ ca..ca se nun jocu jò nun..nun jo..joca nuddu!” Non è che giocasse bene Carmelo, anzi era uno scarpone. Seminava calci per tutti. Avevamo cercato di renderlo a ragione.

” Ma come fai a giocare col vestito e gli scarpini?”

Nun mi interessa”

Ma Carmelo!?”

Nun ..nun m’in  te re ssa!” 

“No, non puoi

“no nun pozzu”

No, non puoi

“Ah sì, o jocu jò o lignati pi tutti!”

E fu così che si azzuffò con uno di noi.

Aveva Carmelo una fragilità capillare alle narici. Di tanto in tanto gli “scattava il naso”. Per caso in quel parapiglia un pugno o una manata lo colpi . Improvviso fu il sangue.

Paura gli aveva sempre fatto il rosso del sangue. Restava paralizzato. Cosi avvenne anche quella volta. Si blocco completamente. si ammansí e rinunciò alle sue minacce. Pacificato si sedette sulla scarpata e ci guardò giocare.

Più lo ricordo per il suo sorriso sfottente e provocatorio, per il suo soprannome e per il “ mi ..mi..minchia jò, jò. figghi di buttana mi chiamo Rescifo. Carmelo Rescifo!”

Carmelo alla fine era un buono o, come  affettuosamente da noi si dice, un babbasunazzu

Ci penso a Carmelo, alla sua corpulenza vera o immaginata tale, ai suoi capelli biondi, agli occhi chiari, alle sue minacce senza danni e alla sue innocue piccole prepotenze.

Mi viene in mente un altro fisico corpulento con occhi chiari, un parrucchino biondo che dispensa minacce e prepotenze effettive a tutto il mondo. Che pretende. Che come un LALLÉRO pericoloso impone di fare come e ciò che lui vuole. Altrimenti ti invade, ti bombarda, ti sequestra, ti riduce sul lastrico. E tutti acquattati come le galline davanti al gallo predone. Nessuno ha l’ardire, anche per caso, di fargli “scattare il naso” come uno di noi aveva fatto con Carmelo lalléro.

13 gennaio 2026

Ciro Gallo

 

[15 Gennaio 2026]


Verità diverse

13 Gennaio 2026

Ora che i nostri corpi

son diventati l’un l’altro muti

e tu non senti e rifuggi

le parole dei miei pensieri

ed io non voglio sperperare

il mio tempo ad ascoltare

le inezie che frenano 

la tua ansia

di che cosa parliamo

che cosa viviamo insieme?

No, non siamo persone separate

sempre restiamo vicini 

ci han così creati le 

esperienze e gli anni vissuti 

viviamo appaiati altre

alterità in un cammino 

di verità diverse

11 gennaio 2026

Ciro Gallo

 

[13 Gennaio 2026]


Costruisco realtà

11 Gennaio 2026

Alla mia vecchiaia

mi sforzo di dare

conforto e valore

col ricordo vivente

costruisco realtà

che sono state

niente somigliano

alle illusioni

6 gennaio 2026

Ciro Gallo

 

[11 Gennaio 2026]