Era là solitaria la stazioncina, con la sua edicola, il piccolo bar, i binari e le sbarre. Rasserenante.
La raggiungevo attraverso il binario morto sotto il ponte della Ghisolfa. Alle 5 del mattino. Nell’umido silenzio nessun rumore, solo quello dei miei passi sulle traversine ed il ghiaieto. Dormiva ancora nelle adiacenze il campo dei rom. Pigliavo il treno per Castano primo, dove, giovane laureato senza lavoro, andavo ad insegnare per qualche lira.
Risalta ancora come contrasto alla memoria la stazione della Bovisa con i suoi passeggeri e gli abituali frequentatori del bar di quell’ora. Disparati tipi. Spiccava tra loro il milanese vero con gli occhi chiari, il biondo dei capelli brillantinati, il fazzoletto rosso con motivi liberty intorno al collo, gli stivaletti di cuoio con il tacco alto. Un cinematografico Jessy James di quartiere.
Sali su un treno. Nella confusione di gente e binari scopri di essere su quello sbagliato. Scendi. Corri veloce. Il treno per Saronno ti sfugge sotto il naso. Guardi per uno che ti porti alla fermata intermedia dove puoi incrociare il passante coincidenza per la tua destinazione. Un ossimoro. Non passa mai. Sempre in ritardo. Mi ritrovo in un posto polveroso semovente. Gente ammassata, stanca, triste, gli occhi in alto. Al tabellone dei treni con gli orari, i binari ed i ritardi. Improvvise migrazioni apparentemente inspiegabili, di gruppi come automi verso le scale buie lungo un pavimento nero. Altri restano ancora con lo sguardo obliquo al cielo, a leggere treni binari e ritardi. Un hub di confusione sporca, disperante, anonima respingente, la nuova stazione della Bovisa. Sepolta, scomparsa quella passata che dava serenità alle mie angosce di giovane. Là mi sono trovato perso, stanco come uno che abbia smarrito la meta, l’orientamento. Impossibilitato a compattarmi e non per la mia età.
“Devi uscire, non puoi stare in casa, devi muoverti”. Insisto mi rifiuto.
Oggi sono uscito, ho dovuto farlo, non potevo altrimenti. 3 del pomeriggio. Sole. 30 gradi. Ho una andatura piegata da un lato. Vado latino, latino ai muri per sfruttare qualche goccia di ombra e proteggermi. Il panama che vesto mi significa quando esalta la corona bianca dei miei capelli. Ora mi si cala sulla fronte perché corti, appena tagliati. Evidenzia le rughe e la mia faccia, gli occhi sperduti. Affretto i passi, spingo in avanti il tempo per abbreviarlo. Scendo le scale, guardo il tabellone degli orari, vado a validare la tessera. Il biglietto non esiste più. Il lettore non si accende. Sulle scale un parlare castigliano. Chiedo. “Son tres días che non funziona” in un misto di italiano e spagnolo. Vado per le scale al binario. Aspetto il treno. Arriva. Salgo. Sto sulla piattaforma vicino al corridoio. Guardo, mi interesso. Studio la gente.
La guardavo avrà avuto appena 18 anni, stava seduta all’inizio del corridoio. Giovane, minuta i capelli neri e corti, non un filo di trucco. Solo uno sfumato viola sulle labbra. Immagine di una fantasia catturante
Lolita non è un tipo fisico, la rappresentazione di un corpo ma un concetto creato da chi è attratto e da chi attrae che percepisce e concretizza il proprio fascino attraverso l’altro. Lolita è creazione di sé. È l’amore adolescente, primogiovanile di ognuno di noi. Non definisce un sesso, è metafora dell’attrazione. Un concetto armonioso di una corporeità, di una sensualità coinvolgente. Lolita non è una pruderie ma una sensazione, una aesthesis.
Era ancora là. In disparte. Assente. Non guardava nessuno. Non si guardava intorno, incurante della curiosità, dell’ammirazione estetica di chi la osservava. Della sua figura, immagine condivisa, comune, che a volte si crea in maniera silenziosa spontanea, involontaria di cui avrebbe potuto gioire. Giocava con gli occhiali da sole. Li toglieva e li metteva su. Si specchiava nel narcisismo povero del suo smart phone, che le rendeva una immagine corretta non sua. Modificata, senza le normali imperfezioni. Solo rassomigliante per poterla catturare, per continuare a specchiarsi. A cercarsi in una rappresentazione altra. Una sterile non relazione di immagini mute, prive di un vero sentire. Un desiderio di sé senza condivisione.
Spingo lo sguardo più in là. Due ragazzi parlano tra loro uno di fronte all’altro. Uno è seduto. Accanto una ragazza. Ne intuisco l’età dall’acne del viso di quello in piedi. Appena insicuro. L’altro certo di sé, senza necessità di dimostralo. Abituato al suo essere dal benessere che gli si legge. Parlano, parlano. Smanettano i loro cellulari. Si mostrano le immagini. Nessuna parola, nessuno sguardo alla ragazza. Silenziosa se ne sta accanto. Dimessa. Accettante il suo ruolo di fidanzatina. Triste. Trascurata. Dipendente. Nessun rivendicare il valore del suo essere donna o almeno della sua avvenenza, da contrapporre alla già costituzionale supponenza di quei due.
Mi sovviene di quando io ero della loro stessa età e sospiravo avere una ragazza accanto. E quando qualcuna accettava il mio amore la guardavo ammirato, riconoscente. Starle vicino avvolgeva di dolcezza e leggerezza felice il mio corpo. Mi chiedo se sia ancora possibile un tale sentimento e chi possa desiderare tali sensazioni.
Là scendevo tutte le volte che tornavo dall’università. A piedi andavo in via Delfico. Là senza gioia sono sceso, dopo il mio brillante esame di clinica medica. Fatto nel disperante dolore della recente giovane morte di mio padre. Salivo i gradini con sforzo. Sembravano partecipi alla mia sofferenza quelle ripide scale. Tristi come la solitudine degli anziani.
Nei suoi dintorni passavo le sere che uscivo, dopo le ore di insegnamento, dal Cesare Correnti. Prendevo in quell’inizio di notte la 78 per tornare a casa. Ad un angolo della strada, discosto appena dalla fermata, stava, quasi a volersi nascondere, silenzioso il trans. In attesa di qualcuno.
Son tornato a vederla. Neanche la stradina è rimasta uguale, irritante nonostante il regalo del sole in una giornata d’inverno.
Circondata da grossi vasi con cespugli di foglie verdi a far da perimetro e a nascondere ed isolare. Dell’edificio resta solo la facciata giallo sporco con la scritta Milano Nord Bullona. Ora è un ristorante. Scure vetrate con su scritto “si accettano prenotazioni per il cenone di capodanno”.
Silenziosa la ricordo. Anonima. Gialla come una foglia appassita. La notavi solo quando ci entravi dentro, con la sua finestrella simile ad una vecchia cassetta delle lettere, dove una faccia era pronta a farti il biglietto. Una edicola assente, forse anche dell’edicolante.
La stazione l’hanno spostata verso City Life. Ora si chiama Domodossola fiera.
Ampia, lunghi i marciapiedi dei binari. Luminosa. Di quella luce che azzera tutte le caratteristiche, che spersonalizza, che priva del sé ogni luogo.
Assorto. Fermo il treno. Anch’io annullato nell’uniformità di quella luce. Cercavo di resistere, di oppormi. Concentrato su me aspettavo che il treno ripartisse. Guardavo solo le porte ancora aperte.
Erano arrivate correndo trafelate, ansanti. ” Hai visto che ce l’hai fatta!”
Accaldata nel viso si era seduta. Regolare era diventato il respiro. Calma, traspariva libera la sua giovane età. Ora guardava quell’altra che, accoccolata, stava sul marciapiede, come per starle vicina. Alla stessa altezza gli sguardi. Materni i suoi fianchi, pieno di dolcezza, accogliente il suo petto.
Lungo era diventato il tempo mentre il treno in attesa. Ella lo aveva fermato, espanso con i suoi occhi desideranti. La guardava. Era come se il suo corpo si smaterializzasse e si proiettasse verso, eliminando l’impedimento del vetro del finestrino. Da dentro le rispondeva portandosi due dita alle labbra, staccandole poi leggere, a significare nascosto un impercettibile bacio.
Il treno partiva. Con sguardo estatico, dalla banchina, la accompagnava, trattenendo la sua figura, limpida, immateriale, concreta nell’amore. Fuse, per liberarsi entrambe nella gioia del prossimo incontro. Nulla esisteva d’altro in quel momento. Tutto comprendeva il suo sentire. Pieni gli occhi di amore, speranza felice. Desiderio del corpo senza possesso. Amore nascosto, impedito, dissimulato, il solo che ormai mantiene le origini pure e l’inaspettata sorpresa di quello adolescenziale.
Intento a ritrovare in me una immagine ormai senza materia di un desiderio vissuto, non ho più guardato intorno. Ho chiuso quasi gli occhi per cercarla, fino alla stazione di Novate. La mia.
giugno 2025/gennaio 2026
Ciro Gallo
