Oggi mi sovviene
con paura la laurea
di 49 anni fa per il
lungo tempo passato
e per l’ignoranza che
esso ha coperto.
29 settembre 2026
Ciro Gallo
Oggi mi sovviene
con paura la laurea
di 49 anni fa per il
lungo tempo passato
e per l’ignoranza che
esso ha coperto.
29 settembre 2026
Ciro Gallo
[29 Settembre 2026]
Dici che la mancanza di sonno e i sogni della notte possano determinare eventi che ti accadranno durante il giorno? Dici?!
Forse hai ragione, credo di sì. Ma tutti in una sequenza che sembra coordinarli? Anche quelli che non dipendono da te?
Ma possono essere tutte coincidenze? Tutte insieme, una dietro l’altra, come i nodi di una corda, i coralli di una collana?
Coincidenza:” L’accadere simultaneo e fortuito…”
Ma tutto ciò che ti accade in un giorno determinato può essere uno spontaneo caso senza una struttura, un canovaccio che lo sorregga, un accadere irrazionale? E perché queste “coincidenze” ti accadono, con pressoché regolarità, in specifiche tue condizioni fisiche e mentali? Capisco alcune, ma tutte? Sono coincidenze, fatti a se stanti, successi per caso, quelli che andrò a descrivere o dipendono da altro che non riusciamo ad individuare ma che, in maniera confusa ed indeterminata, intuiamo e sentiamo come una instabilità mental/corporea?
Non so se abbia sognato e non mi pare di averne creati di sogni al mattino. Senz’altro non ho dormito la notte. Ancora mezzo intontito, anche dopo la veloce doccia fredda, mi appresto a partire. Ore 7,34, mia sorella: “ti chiamo per l’ultima volta”, intendeva dire prima di morire, “sono in terapia intensiva”. è risultato poi essere vero, anche se la voce non mi era sembrata quella di una moribonda. Ho stentato a crederle. Mi metto in macchina con quest’altra confusione in testa, in dubbio.
Arrivo a casa. Caldo. 35 gradi.
Qualcuno deve consegnare l’altra macchina ad un domicilio e poi tornare a piedi. Dico: “come puoi farlo con questa calura?Rischi un colpo di sole. Ti seguo con la mia, poi ti do uno strappo di ritorno”
Tornato indietro mi dico: “non posteggio in giardino, tanto questa sera devo andare allo stadio, la metto fuori” . Così faccio. Mi accorgo che il muso della macchina è davanti ad una di quelle cassette centraline dei telefoni. Non la ostruisce. Creerebbe soltanto un lieve disagio, se ci fosse necessità che un operatore dovesse aprirla. Faccio il cittadino educato. La sposto. Una nuova manovra fra due macchine. Non è che io sia un provetto a parcheggiare, lo faccio alla bell’e meglio. Mi arrabatto. Non entra la marcia indietro, la macchina ha un piccolo sussulto . Ho l’impressione di aver toccato quella davanti. Spesso mi capita quando ho di queste difficoltà. Scendo, guardo la mia e quell’altra. Non sono convinto. Riguardo indietro, in dubbio. Il sole acceca. Nessuno per strada. Appare, come materializzatasi dalle onde di calore che si alzano dalla strada, una giovane donna. Mi dice : “è lei che ha urtato la mia macchina?” Rispondo che no, anche se dubbioso. Mi indica una sverniciatura del mio paraurti di sinistra. Facile, la mia è piena di sverniciature da sfregamenti. Le faccio notare: “come avrei fatto ad urtare il suo parafango di destra col mio di sinistra?” Argomenta: “ieri sera quando la ho posteggiata non c’era” Questo le dà la certezza che sia stato io. “intanto ho preso la targa”. Deve essere stata un fulmine, io non mene sono accorto in quel mezzo minuto di conversazione.”Se la vedrà con l’assicurazione!”
Io odio le macchine e soprattutto gli assicuratori che per non aver beghe avvallano tutto. Tanto si rifanno sul premium!
Ho guardato meglio nel retro la parte del supposto contatto. C’era una sottile velatura di vernice grigio-bianca, che poteva essere stata lasciata dalla mia o da qualsiasi altra macchina di colore chiaro. Ho passato sopra la mano pulendo quasi completamente la macchia.
“Guardi, non so se sono stato io, comunque voglio evitare burocrazie e rotture del genere”. Tiro fuori dalla tasca 200 euro (a tanto arriva il mio fastidio per queste cose!) e gliele offro. Presa non so se dal dubbio sulla veridicità di ciò che affermava e quasi in colpa mi dice “200 no, mi dia cento e di me non sentirà più parlare”
Ore 16,45, scendo per andare allo stadio. 41 gradi in macchina. Come si fa a programmare un incontro di calcio alle 18 o peggio alle 15 in questo inizio settembre di cambiamento climatico?!
Di solito arrivo in piazza Stuparich e poi vado a piedi a S. Siro. Sì lo stadio che hanno deciso di abbattere. Quando sono fortunato trovo posto all’angolo tra Renato Serra e via Salmoiraghi. Questa volta lo sono stato. C’è spazio bastante per parcheggiare, appena qualche centimetro oltre le strisce pedonali. Davanti stava bellamente una automobile a più di un metro e mezzo dietro un’altra. Chiedo al conducente se per favore potesse portarsi leggermente avanti, per evitare il rischio che la mia potesse essere tamponata, se qualcuno, come spesso succede, facesse la curva stretta e a velocità. Scende dal suo suv usato ma ben lucidato un uomo mingherlino, alto appena oltre il tetto del suo mezzo, nonostante sul marciapiedi, in calzoncini corti, camicia fuori da questi, slacciata sul petto, una lattina di coca in mano. La apre, ne beve un sorso, mi guarda e mi dice :’no!” Non so quali altre parole abbia aggiunto. Ho tentato di capire, poi ho desistito. Non valeva la pena cercar di farlo col sole cocente sulla testa. Lo ho lasciato alla sua insignificanza.
Sempre io prima dell’inizio di ogni partita vado a fare la pipì. Imbarazzato di far alzare le persone della mia fila dico che è un mio rituale scaramantico. Ogni tifoso ne ha almeno uno!
Le toelette del mio settore sono situate in un androne di ingresso. Immediatamente prima di un bar, se si va dall’interno all’esterno. Una marea di persone staziona là a fumare, in barba al divieto, a chiacchierare, a bere. Fai fatica a passare tra fumo e bicchieri di birra tenuti in mano, ma come sospesi in aria. Uno slalom difficile tra i corpi. Continue schivate. Così anche questa volta. un pienone più del solito.
Mi muovo con circospezione, mi contorco, mi piego per evitare contatti con movimenti leggeri, quasi impercettibili. Passo tra l’uno e l’altro. Inaspettatamente un piccolo tocco non so se mio o dell’altro. Uno di quei giovani “robusti”, cioè un sovrappeso di grasso, maglietta e calzoncini neri, una faccia sudata non molto brillante, tornava dal bar. Teneva sotto una ascella un pacchetto di non so che cosa, una grande birra nella mano sinistra, un’altra in quella di destra. Dallo stesso lato sul gomito piegato un bicchierone di acqua, in equilibrio precario. Inevitabile che al minimo tocco o sfioramento qualcosa sarebbe successo. È caduta infatti l’acqua che, frizzante, è schizzata in tutte le direzioni. Perplesso si ferma un attimo indeciso, poi si volta ed incamminandosi mi dice “coglione!”, convinto della mia colpa e certezza di sé. Per fortuna il giorno era quasi finito.
Mi chiedo: “Coincidenze o l’onda lunga di influssi che inanellano avvenimenti in una oscura causalità invisibile a qualsiasi tipo di ragione?”
7 settembre 2026
Ciro Gallo
[11 Settembre 2026]
Libero la tua
umanità dalla persona
io non mi curo
di ciò che tu
sei stata ora
che ti so in mani che
scarsamente hanno
tatto di affetto e
che sei entrata
negli ingranaggi
della malattia
considero anche il
tuo corpo prigioniero
in un letto costretto
da linee in vena
tubi , rilevatori in una
imposta immobilità
con pensieri repressi
che in delirio fuggono
come da te scissi
Libero la tua umanità
guardo il tuo essere,
solo nella solitudine
di ognuno che è il vivere
e ho dolore e spero
nel tuo attaccarti alla vita.
A F’licini.
7 settembre 2026
Ciro Gallo
[9 Settembre 2026]
Come ti ride
il sole in questo
giorno che vivi
sereno dopo
la visita di ieri
aspettavi assetato di
una risposta di vita
e scrutavi gli occhi
per percepire da quella
fonte sgorgare parole
che non fossero di paura
e sono arrivate
almeno il timore
che da tempo ti abita
hai visto non impellente
e oggi lo vedi lontano
lo spingi oltre
remoto alla vista
e dimentichi quello
che ieri vedevi come
una incombente porta
aperta nel nulla
libera illusione
il sole ti rende
di vita piena infinita
con un limite che
non è quello della malattia
ti rende il sole
il suo calore
ed una felicità
senza alcun pensiero.
A F.
25 agosto 2026
Ciro Gallo
[27 Agosto 2026]
C’era un tempo e
c’è ancora.
All’inizio fu la Torre di Babele, altissima fino a Dio, orgoglio degli architetti, dove la perdita di un mattone valeva più della vita di un uomo che cascava dall’impalcatura. Poi furono le Piramidi, gloria dei faraoni, dove un blocco aveva più valore degli schiavi che lo portavano fino in cima. E poi templi, archi, colossei e prigionieri di guerre.
Grandi regie furono in età moderna, dove re, regine, dittatori mostrarono il loro lustro. Ed in quella contemporanea i grattacieli, sfida ora consentita da Dio. Regni di un potere imperiale. Splendide opere d’arte. Vanto dell’umanità. Non tutta intera.
Uomini avevano lavorato. Tutti uguali anonime formiche. Costruttori di meriti altrui. Mai presenti alla vista. Passati. Inosservati. Non riconosciuti. Mezzi di fini per altri e dei loro privilegi. Mai partecipi. Mano d’opera.
Compiaciuto e fiero procede. Tutto fá. Tutto decide. Tutto dentro di sé. Padrone. Dispone, dispensa. Ragiona, sragiona. Svaria, inventa, crea. Aristocratica torre, piramide, grattacielo, che tutto tien sotto. Ammirato, riverito. Una riconoscenza totale gli si attribuisce. Da lui tutto dipende il comportamento del corpo. Il supremo : il Cervello.
Palpita, pulsa quell’altro. Si considera sede di amore, Si bea di ciò che da lui si crede scaturisca. Batte, corre, rincorre, accelera. Ti sbatte nel petto, in combutta con quell’altro ad ogni sensazione. Abitano in alto. Hanno una casa granitica che li protegge, cuore e cervello. Tutta in loro è la gratitudine, come se altro nel corpo non ci fosse.
Lavora quasi muto quell’altro organo. Macina, sminuzza, raffina, rende semplice il complesso. Si industria per rendere agevole l’utilizzo di sostanze indispensabili, oltre che al resto, a quegli altri due specialmente. Senza non potrebbero pulsare, elaborare, sentire. Vivere.
Incurato, trascurato, irriconosiuto. Anonimo. Lo si ricorda, con un certo distacco, solo per gli scarti di tutto il lavoro.
Come gli ignoti operai, formiche tutte uguali, sorreggono il mondo, l’intestino sorregge la vita ed i voli del pensiero, con il suo nutrimento.
Né meriti, né riconoscenza.
Grazie a Ciro Reitano per i rilievi.
Io scrivo a posterior.i
21/24 agosto 2026
Ciro Gallo
[25 Agosto 2026]
Appiccicose erano le mani, si attaccava la resina ad esse. Pesanti le pigne cadute dai pini che in un lungo filare segnavano solo da una parte la strada. Alcune aperte, con il loro intenso odore ci offrivano i pinoli con il loro strobilo , guscio duro, che noi cercavamo di spaccare con i denti. Inutile sforzo. Ci soccorrevano i sassi. Due. Tanti ce ne erano ai margini della strada. Dolce era al palato il sapore. A tre a quattro, con le mani intrise di quella colla e di polvere, li mettevamo in bocca.
Tristi, quasi abbandonati, stanno ancora lungo lo stradone polveroso. La campagna di fronte non esiste più. Ora solo il disordine delle case e le auto parcheggiate. Un altro filare di alberi segnava la strada in paese. Non erano pini ma ficus con le loro foglie verdi e lucenti ed i loro pallini, frutti non commestibili.
Ospitavano di pomeriggio e di notte lo stridulo schiamazzo dei passeri. Là sotto di essi, ragazzi, all’ombra nei pomeriggi d’estate, giocavamo fino all’imbrunire, mischiando le nostre grida al loro vocio. Ora non ci sono più, e con essi scomparsi anche gli uccelli.
“Cavaliere lo facciamo studiare all’università questo giovane?!”. Brillante aveva finito il liceo. “Io non mantengo agli studi bastardi”. Tutti in paese sapevano che il giovane era suo figlio naturale.
Colpito dalla negazione e nella speranza, il dolore lo aveva reso privo e randagio. Precipitato più a fondo nella povertà in cui era vissuto. Incurante di sé, nella realtà che lo circondava, aveva continuato a trascinare la sua vita come le sue scarpe sempre slegate, trascurato e mordace, non per disprezzo, ma come se quello fosse il ruolo che il destino gli aveva assegnato. In lui, geneticamente “ bastardo”, erano passati però dal padre, noto intellettuale, l’amore per i classici latini e greci e l’interesse ed attenzione partecipativa alla cultura popolare della gente minuta che faceva la storia dei paesi. E del suo in particolare.
Niente di questo avevano ereditato i figli legittimi.
Non ci faceva paura Rosalia, tutte le volte che per necessità dovevamo entrare nel negozio di sostanze chimiche. Ci irritava, ci infastidiva col suo modo di fare. Era Rosalia scorbutica e sprezzante con tutti. Era invecchiata nella sua acidità in negozio. Intelligente, sempre pulita, ben vestita, si muoveva tra tutte quelle ampolle e polverine come se avesse la laurea in chimica. Aveva appena la quinta elementare. Non usava allora far studiare le ragazze, anche se figlie di un intellettuale.
Ora, sopra la cinquantina, aveva cominciato a darsi un poco di trucco alle labbra, tirate le sopracciglia. La cipria no, quella era un vezzo che aveva avuto da sempre. Le imbiancava il viso, già candido di suo. Le piaceva sentirne l’odore. Scopriva il desiderio d’amore che le era mancato da giovane. Di sposata era stata sposata. Un cugino primo. Matrimonio combinato di parentela ed interessi. Non era riuscito. Sciolto per impotentia coeundi. L’ex marito cugino aveva poi avuto moglie e figli.
Rinsecchiva l’anima di Rosalia nel dolore e nel risentimento. Anch’ella negata dal destino nonostante la sua legittimità.
Tutti, anche noi ragazzi, eravamo rimasti colpiti dalla figura delicata, dai modi eleganti di quella giovane donna. Bellissima. Gli occhi chiari, offuscati però dalla tristezza. Si era dovuta trasferire dal nord per seguire il marito, malato e internato.
Lo andava spesso a trovare in ospedale, a volte insieme ai bambini. Dal suo corpo traspariva la mestizia del dolore che la bellezza non riusciva a trattenere. Una gioventù che avrebbe voluto volare libera e felice, piena di passione, catturata, tenuta a terra per un destino non suo, in un paese non suo. E tutte le volte che cercava di reagire, che liberava la sua avvenenza, il desiderio di piacere e piacersi, veniva guardata con gli occhi del provincialismo e chiamata con tono dispregiativo la continentale.
In tutto questo i figli le erano stati sempre vicini. Duccio soprattutto il più grande. Con apertura inspiegabile per il luogo, con una sensibilità quasi femminile, capiva la rinuncia a cui era costretta ed i desideri della madre.
Si notavano subito, quelli che venivano da altri paesi a stabilirsi da noi. Non fosse stato per l’accento, avresti creduto che fosse del posto. Nostro compaesano da generazioni. Diverso dal fratello. Tutt’altro tipo fisico. A volte veniva il dubbio che avessero lo stesso padre. Non era così. Erano in tutto e per tutto fratelli, nonostante differissero in tutto. Don Peppino me lo ricordo impolverato seduto a terra a cesellare con la subbia e lo scalpello grosse basole che sarebbero diventate, sotto la sua mano, ornamenti di muri e facciate di case. Ancora resistono nella loro squadratura i blocchi di pietra lavica lavorata, che delimitano il marciapiede della via nazionale. Duratura opera sua. Lo vedevo poi nei giorni di festa alto, pulito col suo vestito grigio scuro col gilè. Una camicia celeste e l’eterno fazzoletto da taschino, rosso con motivi liberty. Rosso sì, perché don Peppino era di idee socialiste. Comunista del PCI. Anche in questo differiva dal fratello. Dove egli, nel suo portamento e nella dignità dei suoi discorsi, sembrava un personaggio da “ i Vecchi e i giovani”, quell’altro gli faceva contrasto col suo fisico grassoccio, rubizzo in volto, senza capelli e soprattutto niente ideologie. Votato in politica all’interesse personale. Era stato consigliere comunale di un lista civica, più a destra della DC locale. Peppino operaio, l’altro commerciante. Anzi marito di commerciante. Questo faceva la più grande differenza tra i due. Tanti figli e figlie ha avuto don Peppino. Domenico, il fratello, nessuno. Naturalmente era la moglie a non poterne avere. Allora per definizione era la donna a non poter fare figli.
Carolina era unica fanciulla tra tanti fratelli. Il più grande Alberto, riempiva i sogni e le aspirazioni di noi ragazzi. Volevamo imitarlo. Giocava in serie D. Fantastico giocatore nei nostri discorsi. Forse lo avevamo visto giocare una sola volta. Ma tant’è quello era il nostro mondo e all’aspirazione di quello eravamo destinati. Non c’era la televisione o meglio nessuno di noi ne possedeva una. E non abitavamo in città.
Per qualche tempo avevano abitato in una casa vicino alla mia. Umberto il piccolo giocava a pallone con noi. La madre una faccia sempre triste, il padre con la sigaretta sempre accesa tra le dita. Carolina si vedeva raramente. Veniva a vedere di tanto in tanto la madre. Non abitava là, viveva con gli zii, che non avendone di loro la tenevano come figlia.
Cresceva bella Carolina, delicata, sotto gli occhi dello zio che la guardava ammirato. con gli occhi d’amore dei padri per desiderio e devozione, senza il possesso di quelli biologici. Bianca di viso, ricci i capelli al collo elegante nel corpo, piena dell’amore e dell’attenzione che la circondavano. Solo gli occhi erano tristi. La guardavo negli anni, e ancora in quelli del liceo. Timida, riservata mai completamente felice. Solo a volte un sorriso come di speranza. Un desiderio di essere senza il debito della riconoscenza, contenta di sentirsi, incondizionata e libera dal senso di colpa. Senza il disagio di deludere. Ma erano momenti che scomparivano nell’affetto e nelle premure che la circondavano . Facile le era riuscito scacciarli negli anni dell’adolescenza. Ma quando cresciuta, ll desiderio di un amore suo si era insinuato nel suo animo. Fantasticava. Si guardava le mani immaginando essere quelle di un amato. Le intrecciava, le sentiva come se fossero le sue insieme a quelle dell’altro. A volte presa dall’impulso liberatorio di una immaginifica passione si accarezzava il petto, nell’illusione che quello sfiorarsi delicato e piacevole venisse da altre mani. Un attimo. Ritraeva e guardava le mani con paura e soprattutto con la sensazione del tradimento. Tanto l’affetto e le premure dello zio la condizionavano. Mai all’esterno faceva trasparire questi suoi momenti. Sempre aveva dissimulato freddezza nei confronti dei giovani compagni, di lei innamorati. Una forzatura destinata a cedere e a mostrarsi quale in effetti era. E si innamorò di un un giovane reale, con passione, anche se forzatamente muta.
Non erano come quelli che di tanto in tanto comparivano in paese, chiamati a fare i lavori nelle case dei ricchi sanfratellani. Erano più pittori che imbianchini. Per tradizione, ogni casa aveva almeno una stanza affrescata. Motivi floreali o religiosi ornavano le pareti e soprattutto il soffitto, anche delle dimore più umili. Spuntavano all’improvviso, facce nuove, in paese, provenienti da altri non molto lontani.
Anche loro erano comparsi all’improvviso, poi scomparsi così come erano giunti. Diversi nella loro fisionomia fisica. Nessuno ha mai saputo da dove venissero, che cosa ci facessero proprio in quel paese e di che cosa vivessero. Qulacuno pensava fossero spagnoli, precisamente baschi, allontanatisi dal loro paese. Abitavano in una casa in rustico. Il padre, alto, magro una specie di don Chisciotte con sempre lo stesso vestito marron con le sfumature verdi della consunzione. La madre, una donnona un poco sfatta dalla pinguedine, i capelli sempre unti, legati a crocchia. Il figlio, un bel ragazzo, un viso bianco, i capelli neri, con un discreto ciuffo sulla fronte. Uno strano accento misto di bresciano. Altri giovani insieme a lui. Avevano un complesso musicale: “I Fantoms”. Li sentivamo suonare, senza mai vederli. Duccio sì, li frequentava. Andava alle loro prove, incuriosito ed attratto da quel loro modo si suonare. Innamorato di esso, si comprò un basso elettrico. Incominciò così il suo amore per la musica ed il ballo, insieme all’altra sua passione le automobili sportive. Che ancora adesso da vecchio coltiva.
Cresceva Duccio con la stessa eleganza della madre, fine, longilineo, i capelli ondulati bruno chiaro. Un interessante modo di parlare, un accento insieme nordico e siciliano. Attraente, lo rendeva di più il lieve strabismo all’occhio di destra, che mascherava bene con gli occhiali da sole. Gli davano più fascino con le ragazze. Tante.
Duccio era il ragazzo dell’estate. Suonava, sapeva ballare e soprattutto guidava. Una macchina diversa ad ogni anno. Affezionato soprattutto alla sua Fiat coupé di un grigio chiaro. Molte ragazze erano salite su di essa. Aveva qualcosa di particolarmente seducente, senza imporsi.
Succedeva a noi adolescenti, al tempo, di andare a Capo D’Orlando a trovare le donne del Capriccio. Una di esse si era invaghita di Duccio e con un tenero trasporto, che avresti pensato inusitato, gli aveva chiesto di andarla a trovare ogni qualvolta avesse voluto.
Avresti detto che Duccio avesse fortuna con le donne. Non era così, almeno con quelle di cui si innamorava.
Studioso, con una predilezione per i classici, aveva anch’egli ereditato, come quel suo parente “bastardo” i geni del nonno. Avrebbe voluto laurearsi in lettere antiche. Qualcuno insieme alla madre lo convinse ad iscriversi a legge, prospettandogli una futura brillantissima carriera in magistratura. Niente di questo. È finito poi a fare il funzionario in una banca.
E negli anni dell’università si innamorò. Questa volta, almeno ufficialmente, corrisposto.
Duccio e Carolina. Entrambi contenti i due giovani.
Duccio felice perché finalmente legato ad una ragazza di cui si era innamorato. Lontano da tutto ciò che lo aveva sempre fatto il ragazzo dll’avventura. Carolina perché poteva avere un amore non più nella sua fantasia, pulito ai suoi occhi, senza il rimorso del desiderio. In tutto questo facevano i fidanzati ufficiali. Raramente si scambiavano effusioni. Solo sguardi di un futuro corporeo.
Entusiasti erano i parenti. Domenico raggiante per il futuro della”figlia”. Il prestigio e la discendenza della famiglia del ragazzo lo soddisfacevano a pieno. Non la ricchezza anche se rilevante. Guardava Duccio come il figlio maschio che aveva desiderato.
Qualcosa cambiò a mano a mano che il rapporto tra i due giovani diventava più forte e concreto. Prima nei sogni. Sentiva un rammarico, una sensazione di essere defraudato, privato di ciò che aveva con delicatezza e creato e costruito. Un fiore curato. Qualcuno, che prendeva sempre più le sembianze di Duccio, glielo strappava e portava via. Glielo rubava! Cominciava ad odiare quello che felice si allontanava, lasciandolo disperato ed orfano. Diventò freddo, diffidente nei confronti del giovane. Inspiegabilmente. Perché pensava? Il ragazzo era gentile, disponibile, premuroso gli mostrava l’affetto come fosse il padre che gli era mancato. Si convinceva, si pacificava con se stesso. Ma poi improvviso, come un pensiero intrusivo, prepotentemente si manifestava il senso del furto, e dell’invidia verso l’altro. Della gelosia. A volte, quasi atterrito, cercava di capire questo sentimento. Restava sconvolto, rabbrividiva all’idea. Che fosse un innamoramento?! Ad ogni padre è consentito. Spesso i padri sono gelosi delle figlie, come se di esse innamorati. Ma in quelli biologici, pensava, può essere comprensibile, a lui padre adottivo non era permesso. Temeva, si atterriva al solo pensare che quell’innamoramento fosse anche desiderio fisico. Restava terrorizzato, confuso. Fuggiva qualsiasi sfiorar di pensiero. Si diceva che non poteva essere e non lo era. Ma la gelosia per la perdita restava e si faceva sempre più forte. Cercava qualsiasi scusa, usava qualsiasi sotterfugio per allontanare i due giovani. Soprattutto con Carolina, più fragile, usava l’arma del ricatto affettivo. Gli sminuiva il fidanzato, trovava tutti i difetti possibili. Ella inizialmente provò a resistere, poi cominciò a vacillare davanti all’insistenza del “genitore”, pur mantenendosi fedele a Duccio. Finché l’ossessione non spinse Domenico a parlarle della malattia del padre di Duccio. Le sciorinava tutti i pregiudizi e le superstizioni popolari. Sull’ereditarietà, sul passaggio da padre in figlio, fino ai nipoti.
Sorpresa, spaventata all’idea che i propri figli si potessero, un domani, ammalare ed essere rinchiusi cominciò a cedere. Vittima del ricatto familiare e del provincialismo del paese, lentamente si allontanò da Duccio fino alla rottura. Si lasciarono. Si laurearono. Ognuno andò per vie diverse. Con destini separati. Soli.
Domenico ora si muoveva sperduto, senza scopo in quella casa, in quelle stanze che avevano visto crescere Carolina, in cui si era sentito padre. Tutto ora detestava, tutto gli pesava, tutto lo infastidiva. Il frastornante vocio degli uccelli che si azzuffavano felici la sera, nei loro alberi di ficus. Persino le irregolarità che le radici degli alberi provocavano innocue al marciapiede antistante il suo negozio.
È fu così che brigò, in sede di consiglio comunale. a che li tagliassero gli alberi. E li tagliarono, sostituendoli con aranci selvatici che, dopo più di cinquanta anni, sono lì nodosi, striminziti, senza forma e soprattutto senza un minimo di ombra che ricordi quella maestosa dei ficus.
Deserto ed assolato è ora il viale, non ha più la dolcezza del verde di un tempo. Tutto è cambiato. Non c’è più, all’inizio di esso, il carrubo, sotto il quale, ragazzi, andavamo a sdraiarci e riempirci la bocca del succo delle carrube masticate. Neanche il bar che era stato di don Totò Baldanza, dove nei pomeriggi d’estate andavano a sedersi, al fresco della traversa laterale, mio padre, l’avvocato Nuccenti e gli altri amici. Io adolescente in mezzo a loro. Chiuso durante il giorno, non ha più i clienti che da sempre lo han frequentato, anche quando aveva cambiato gestione. Diventato un ritrovo notturno, dove non più caffè, granite e gelati si consumano ma cibi, liquori e spumanti.
Restano solo i pini polverosi per il traffico, assediati da macchine, nello stradone verso il cimitero ora non più, come ci sembrava allora, lontano solitario e pauroso.
A Nuccenti Gerbino e Merico Gallo
luglio/agosto 2026.
Ciro Gallo
[11 Agosto 2026]
Esci con me domani?
andiamo al cinema
prima ci facciamo
una pizza.
Una spasimante.
Le spasimanti( come te)
mi provocano spasmi
ho già
il colon irritabile.
13 dicembre 2021
Ciro Gallo
[7 Agosto 2026]
Epicurea
per me è
la tua presenza
come la morte:
“ quando c’è lei
noi non ci siamo
quando noi ci siamo
lei non c’è“.
Dove son io
tu non sei
dove tu sei
io non sono.
Mi amerai
piangerai
quando non
potrò vederti?
non è economico!
16 dicembre 2021
Ciro Gallo
[7 Agosto 2026]
Confronto in “pace ed amicizia” tra Mancuso , De Monticelli (ed altri).
Già da lontano si vede il fumo. Le Parole. I discorsi di adolescenti che sempre hanno soluzioni. Filosofi , sociologi e teologi. Beati delle loro corrispondenze e frasi in tedesco. Nella confusione che avvolge noi normali (ed anche loro) soffriamo la soluzione che ci hanno costruito. Funzionale al potere, la guerra per la guerra. Per restare alla guerra Russia contro Ucraina non è più una guerra di aggressione né una di liberazione è solo GUERRA. Dare le armi ai Palestinesi o non darle niente cambierebbe. Tutto si inserirebbe nella Guerra più grande che usa le armi ( per venderle) ma di cui non avrebbe bisogno.
Vivo i dubbi e le incertezze che i padroni della GUERRA fanno in modo che io abbia. Condizionato ( anche se resistente) insieme al popolo ( popoli). Dovremmo scavare nell’inconscio per vedere dove abbiamo perso la strada e abbiamo intrapreso quella che ci hanno e ci stanno indicando come inevitabile e giusta . Purtroppo non è come qualcuno ha scritto :’L inconscio è tornato” . L’inconscio “is not back”! Ma poi esiste veramente l’inconscio?
4 agosto 2026
Ciro Gallo
[6 Agosto 2026]
Io volevo
fare lo
psichiatra
poi
mi son fatto
una famiglia…
6 agosto 2026
Ciro Gallo
[6 Agosto 2026]