Archivi: Febbraio 2026

F. C.

20 Febbraio 2026

Muori F

si spegne ora la tua voce

sempre voleva parlare

per rifarsi della solitudine

a cui era costretta

ti abbandoni F più non

hai la forza e abbandoni

senza resistenza la vita

che ti hanno negato

nessun documento

nessuna residenza ti avevan 

consentito che testimoniasse

la tua identità 

il tuo essere uomo

Lentamente muori F

nel letto di un Hospice

non su un sedile di una macchina

non luogo della esistenza

dove ti aveva relegato 

la loro disattenzione

libero te ne vai come sempre

libero dalle loro convenzioni

A noi F. oltre il dolore resta

l’ironia ed il rammarico

che ora che qualcuno aveva deciso

di riconoscerti e concederti una casa

non  hai potuto abitarla 

neanche un giorno.

Forse era destino o forse

il desiderio di una  libertà

senza alcun vincolo

a F. C.

19 febbraio 2026

Ciro Gallo

Stazioni

12 Febbraio 2026

Era là  solitaria la stazioncina, con la sua edicola, il piccolo bar, i binari e le sbarre. Rasserenante.

La raggiungevo attraverso il binario morto sotto il ponte della Ghisolfa. Alle 5 del mattino. Nell’umido silenzio nessun rumore, solo quello dei miei passi sulle traversine ed il ghiaieto. Dormiva ancora nelle adiacenze il campo dei rom. Pigliavo il treno per Castano primo, dove, giovane laureato senza lavoro, andavo ad insegnare per qualche lira.

Risalta ancora come contrasto alla memoria la stazione della Bovisa con i suoi passeggeri  e gli abituali frequentatori del bar di quell’ora. Disparati tipi. Spiccava tra loro il milanese vero con gli occhi chiari, il biondo dei capelli brillantinati, il fazzoletto rosso con motivi liberty  intorno al collo, gli stivaletti di cuoio con il tacco alto. Un cinematografico Jessy James di quartiere.

Sali su un treno. Nella confusione di gente e binari scopri di essere  su quello sbagliato. Scendi. Corri veloce. Il treno per Saronno ti sfugge sotto il naso. Guardi per uno che ti porti alla fermata intermedia dove puoi incrociare il passante coincidenza per la tua destinazione. Un ossimoro. Non passa mai. Sempre in ritardo. Mi ritrovo in un posto polveroso semovente. Gente ammassata, stanca,  triste, gli occhi in alto. Al tabellone dei treni con gli orari, i binari ed i ritardi. Improvvise migrazioni  apparentemente inspiegabili, di gruppi come  automi verso le scale buie lungo un pavimento nero. Altri restano ancora con lo sguardo obliquo al cielo, a leggere treni binari e ritardi. Un hub di confusione sporca, disperante, anonima respingente, la nuova stazione della Bovisa. Sepolta, scomparsa quella passata che dava serenità alle mie angosce di giovane. Là mi sono trovato perso, stanco come uno che abbia smarrito la meta, l’orientamento. Impossibilitato a compattarmi e non per la mia età.

“Devi uscire, non puoi stare in casa,  devi muoverti”. Insisto mi rifiuto.

Oggi sono uscito, ho dovuto farlo, non potevo altrimenti.  3 del pomeriggio. Sole. 30 gradi. Ho una andatura piegata da un lato. Vado latino, latino ai muri  per sfruttare qualche goccia di ombra e proteggermi. Il panama che vesto mi significa quando esalta la corona bianca dei miei capelli. Ora mi si cala sulla fronte perché corti, appena tagliati. Evidenzia le rughe e la mia faccia, gli occhi sperduti. Affretto i passi,  spingo in avanti il tempo per abbreviarlo. Scendo le scale, guardo il tabellone degli orari, vado a validare la tessera. Il biglietto non esiste più. Il lettore non si accende. Sulle scale un parlare castigliano. Chiedo. “Son tres días  che non funziona” in un misto di italiano e spagnolo. Vado per le scale al binario. Aspetto il treno. Arriva. Salgo. Sto sulla piattaforma vicino al corridoio. Guardo, mi interesso. Studio la gente.

La guardavo avrà avuto appena 18 anni, stava seduta all’inizio del corridoio. Giovane, minuta i capelli neri e corti, non un filo di trucco. Solo uno sfumato viola sulle labbra. Immagine di una fantasia catturante

Lolita non è un tipo fisico, la rappresentazione di un corpo ma un concetto creato da chi è attratto e da chi attrae che percepisce e concretizza il proprio fascino attraverso l’altro. Lolita è creazione di sé.  È l’amore adolescente, primogiovanile di ognuno di  noi. Non definisce un sesso, è metafora dell’attrazione. Un concetto armonioso  di una corporeità, di una sensualità coinvolgente. Lolita non è una pruderie ma una sensazione, una aesthesis.

Era ancora là. In disparte. Assente. Non guardava nessuno. Non si guardava intorno, incurante della curiosità, dell’ammirazione estetica di chi la osservava. Della sua figura, immagine  condivisa,  comune, che a volte si crea in maniera silenziosa spontanea, involontaria  di cui avrebbe potuto gioire. Giocava con gli occhiali da sole. Li toglieva e li metteva su. Si specchiava nel narcisismo povero del suo smart phone, che le rendeva una immagine corretta non sua. Modificata, senza le normali imperfezioni. Solo  rassomigliante per poterla catturare, per continuare  a specchiarsi. A cercarsi in una rappresentazione altra. Una sterile non relazione  di immagini mute, prive di un vero sentire. Un desiderio di sé  senza condivisione.

Spingo lo sguardo più in là.  Due ragazzi parlano tra loro uno di fronte all’altro. Uno è seduto. Accanto una ragazza. Ne intuisco l’età dall’acne del viso di quello in piedi. Appena insicuro. L’altro certo di sé, senza necessità di dimostralo. Abituato al suo essere dal benessere che gli si legge. Parlano, parlano. Smanettano i loro cellulari. Si mostrano le immagini. Nessuna parola, nessuno sguardo alla ragazza. Silenziosa se ne sta accanto. Dimessa. Accettante il suo ruolo di fidanzatina. Triste. Trascurata. Dipendente. Nessun rivendicare il valore del suo essere donna  o almeno della sua avvenenza, da contrapporre alla già costituzionale supponenza di quei due.

Mi sovviene di quando io ero della loro  stessa età e sospiravo avere una ragazza accanto. E quando qualcuna accettava il mio amore la guardavo ammirato, riconoscente. Starle vicino avvolgeva di  dolcezza e leggerezza felice il mio corpo. Mi chiedo se sia ancora possibile un tale sentimento  e chi possa desiderare tali sensazioni.

Là scendevo tutte le volte che tornavo dall’università. A piedi andavo in via Delfico. Là senza gioia sono sceso, dopo il mio brillante esame di clinica medica. Fatto nel disperante dolore della recente giovane morte di mio padre. Salivo i gradini con sforzo. Sembravano partecipi alla mia sofferenza quelle ripide scale. Tristi come la solitudine degli anziani.

Nei suoi dintorni passavo le sere che uscivo, dopo le ore di insegnamento, dal Cesare Correnti. Prendevo in quell’inizio di notte  la 78 per tornare a casa. Ad un angolo della strada, discosto appena dalla fermata, stava, quasi a volersi nascondere, silenzioso il trans. In attesa di qualcuno.

Son tornato a vederla.  Neanche la stradina è rimasta uguale, irritante nonostante il regalo del sole in una giornata d’inverno.

Circondata da grossi vasi con cespugli di foglie verdi a far da perimetro e a nascondere ed isolare. Dell’edificio resta solo la facciata giallo sporco con la scritta  Milano Nord Bullona. Ora è un ristorante. Scure vetrate con su scritto “si accettano prenotazioni per il cenone di capodanno”.

Silenziosa la ricordo. Anonima. Gialla come una foglia appassita. La notavi solo quando ci entravi dentro, con la sua finestrella simile ad una vecchia cassetta delle lettere, dove una faccia era pronta a farti il biglietto. Una edicola assente, forse anche dell’edicolante.

La stazione l’hanno spostata verso City Life. Ora si chiama Domodossola fiera.

Ampia, lunghi i marciapiedi dei binari. Luminosa. Di quella luce che azzera tutte le caratteristiche, che spersonalizza, che priva del sé ogni luogo.

Assorto. Fermo il treno. Anch’io annullato nell’uniformità di quella luce. Cercavo di resistere, di oppormi. Concentrato su me aspettavo che il treno ripartisse. Guardavo solo le porte ancora aperte.

Erano  arrivate correndo trafelate, ansanti. ” Hai visto che ce l’hai fatta!”

Accaldata nel viso  si era seduta. Regolare era diventato il respiro. Calma, traspariva libera la sua giovane età. Ora guardava quell’altra che, accoccolata, stava sul marciapiede, come per starle vicina. Alla stessa altezza gli sguardi. Materni i suoi fianchi, pieno di dolcezza, accogliente il suo petto.

Lungo era diventato il tempo mentre il treno in attesa. Ella lo aveva fermato, espanso con i suoi occhi desideranti. La guardava. Era come se il suo corpo si smaterializzasse e si proiettasse verso, eliminando l’impedimento del vetro del finestrino. Da dentro le rispondeva  portandosi due dita alle labbra, staccandole poi leggere, a significare nascosto un impercettibile bacio.

Il treno partiva. Con sguardo estatico, dalla banchina, la accompagnava, trattenendo la sua figura, limpida, immateriale, concreta nell’amore. Fuse, per liberarsi entrambe nella gioia del prossimo incontro. Nulla esisteva d’altro in quel momento. Tutto comprendeva il suo sentire. Pieni gli occhi di amore, speranza felice. Desiderio del corpo senza possesso. Amore nascosto, impedito, dissimulato,  il solo che ormai mantiene le origini pure e l’inaspettata sorpresa  di quello adolescenziale.

Intento a ritrovare in me una immagine ormai senza materia di un desiderio vissuto, non ho più guardato intorno. Ho chiuso quasi gli occhi per cercarla, fino alla stazione di Novate. La mia.

giugno 2025/gennaio 2026

Ciro Gallo

Perché

11 Febbraio 2026

Fanciullo io son stato

di tanti perché

da vecchio ancora

io chiedo

interrogate bambini

fate tante domande

subissate gli adulti

dei vostri perché

creategli dubbi

sulla loro supposta

superiorità e potere

istigateli alla necessità

delle domande.

8 febbraio 2026

Ciro Gallo

Smentire Dio

8 Febbraio 2026

Non nell’ a priori

della sua mente

decisione o castigo

di Dio

è la povertà

non un obbligo

al suo volere

non ineludibile

destino l’infelicità

si possono interrompere

questi flussi di negazione

ci si può opporre

agli esterni fattori

agli impostori di

una vita morte

persino Dio

si può smentire

non sono corredo

dell’uomo infelicità

e povertà

19 gennaio 2026

Ciro Gallo

Giano

7 Febbraio 2026

La speranza è una invenzione aspettante

che chiamiamo desiderio

apre il tempo verso,

l’aspettativa

crea o inventa il futuro

 

Giano,

con i tuoi volti tu guardi

al passato e al futuro

ed occhi non hai per il presente

o forse a te manca o neghi

e non vuoi vedere l’attualità

di cui anche tu sei partecipe

e complice ma non solo tu Giano

tutti noi oscuriamo la vista

all’ inconcepibile e  all’inspiegabile

che oggi testimoniamo per

dolore o salvaguardia

a due volti ci costringiamo

quello della creazione dei ricordi

e quello della invenzione aspettante

17 gennaio 2026

Ciro Gallo

Aforismi

6 Febbraio 2026

Equivalenza :nulla ed assenza

spinto all’estremo il soffrire anestetizza

così l’assenza e l’estremo d’amore

ogni estremo cancella il sentire

l’iperbole tende al nulla, unica persistenza.

2 febbraio 2026

Ciro Gallo

muse povere

3 Febbraio 2026

Muse povere

in una notte di luna

io ho incontrato

non sfarzoso regalo

mi han lasciato

non una lira splendente

come ad Archiloco

ma una minuta

per piccoli versi

che grande però

dolcezza d’amore

spandon nell’aria

a molcere dolente

l’animo mio

23 gennaio 2026

Ciro Gallo