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Teresa

7 Marzo 2016

Nino Amata aveva qualche anno più di noi, ripeteva per la seconda volta la terza liceo scientifico. Alto, robusto, spropositato in confronto a noi. Una specie di “Little big John”. Veniva a scuola in vespa, la occupava quasi tutta. Arrivava costantemente in ritardo.

Seduto all’ultimo banco, dietro di me, mi bisbigliava con un ghigno compiaciuto : “ vado la mattina a rilassarmi” o più volgarmente “a svuotarmi” Lo faceva quasi tutti i giorni. A volte, dopo aver tirato fuori dalla tasca un cerchietto di gomma arrotolata, lo gonfiava e ci mostrava e passava sotto il naso un palloncino con una piccola escrescenza, un nasino impertinente. Dopo tanto ho capito di cosa si trattasse e da dove tornasse in quelle mattine.

Cercava di avere dei complici e di spingere qualcuno di noi a seguire, almeno per una volta, la sua strada. Un giorno ad un suo invito risposi con imbarazzo: “ Io non bevo da un bicchiere da cui bevono tutti”. Non c’era ipocrisia, nè disprezzo nel mio dire, solo un atteggiamento romanticamente adolescenziale e l’oscura apprensione che il sesso poneva ad un diciassettene di quei tempi. Penso che Nino lo abbia riferito alla sua “ansiolitico” e che questa, offesa, mi avesse rimandato degli epiteti poco gratificanti. Nè io sapevo chi fosse colei, nè lei immaginava chi fossi io, anche se abitavamo nella stessa località.

Teresa aveva la casa alla fine del paese, in un posto che nel ricordo é ancora più remoto ora che é quasi scomparsa, ingoiata dalla speculazione edilizia. Allora era ben visibile, anche se discreta, con la sua facciata di piccole mattonelle celesti ed un garage accanto, in cui era posteggiata una simca 1000 di color verde scuro.

Appartata quasi furtiva, solitaria durante il giorno, frequentata durante la notte, Solo una volta la vidi in pieno sole con tanta gente intorno. Il generale in uno dei suoi periodici attacchi di delirio mistico si era scagliato contro quella casa, battendo violentemente la saracinesca col suo bastone.

Teresa aveva due figlie, bellissime, una diversa dall’altra, frutto di due vere passioni. Una terza ella ne ebbe per Carmino in una età più matura . Non credo che le figlie fossero state la causa del suo mestiere. Penso si fosse trattato di due “incidenti”. Gli innamoramenti sono sempre un incidente, desiderato, avversato,  ma necessario della professione.

In un paese piccolo come il nostro, con un unico bar, la incontravo spesso. Veniva verso le dieci del mattino a bere il caffè. Io la salutavo cordialmente, ella sembrava grata perchè nel mio modo gentile percepiva il rispetto per la persona in sè, senza le stimmate della puttana.

Niente ha mai fatto trasparire del suo lavoro. Tranne una volta. Seduta sotto lo specchio che faceva da parete, dopo aver bevuto il caffè,  fumava. Le labbra carnose, pittate di rosso, aspiravano il fumo con voluttà. Il filtro della rothmans macchiato di rossetto, la sigaretta tra le dita, la mano sospesa, le volute del fumo, badava ai suoi pensieri, lo sguardo perso. Entra un signore sui 40 anni, un vestito grigio, un po’ sgualcito, una camicia a righe blu, una cravatta bordeaux slacciata al collo. In una mano una borsa e nell’altra un catalogo: un rappresentante. Si avvicina al banco, ordina, beve il caffè, si passa la lingua sui baffetti, indugia, si guarda intorno. Teresa, come per un impulso, un istinto per la preda,  lo guardò di sottecchi, quasi non curante, accavallò le gambe, scoprendo una carne liscia fino a metà coscia. Poi, con un colpo destro, liberò la scarpa dalla caviglia e cominciò a farla dondolare sospesa con la punta del piede. Si umettò le labbra e riguardò, questa volta fissamente e con certa intensità, ma senza sfrontatezza. Egli si accorse, ricambiò lo sguardo. Un calore improvviso gli invase il corpo e gli imporporò il viso. Si sentí come confuso ma soddisfatto, pieno di amor proprio : “aveva fatto conquista”. Teresa si alzò, fece qualche passo verso la porta a vetri. Si fermò sull’uscio, girò la testa con un fugace ammicco. Uscí, egli la seguí. Salí in macchina, si mise al volante, abbassò il finestrino e lo guardò ancora una volta. Acceso, eccitato, quasi con arroganza aprí lo sportello e si sedette. La macchina partí e si diresse,  in pieno giorno, verso la casina dalle piastrelle celesti.

Deluso ora si svestiva. La sua “conquista” aveva un prezzo. Ella gli aveva detto quanto!

 

Totò era molto diverso da Tano. Dove il secondo era intelligente, il primo era torpido, uno scarso senso dell’humor, una creduloneria. Le donne di Tano erano tutte belle, affascinanti, sensuali, anche se simili. Sembravano copia l’una delle altre. Totò l’ho visto soltanto una volta con un donnino insignificante, bruttina ad onor del vero. In una cosa però batteva il fratello ed era insuperabile, nella furbizia. Questa l’aveva sempre aiutato nella vita.

All’angolo tra Mac Mahon e via Caracciolo aspettavo. La cinquecento caffé-latte la scorsi giá dal bar excelsa. Era domenica mattina, la strada era vuota. Si fermò, salii. Totò alla guida, Tano accanto, io dietro. Partimmo per Novara. Il Palermo avrebbe giocato quell pomeriggio al Silvio Piola.

Non ricordo niente del viaggio nè come siamo arrivati allo stadio. Mi rivedo solamente ad un ingresso senza biglietto e con i pochi soldi da studente.

Sorridente, sornione Totò guardò me ed il fratello, fissò un addetto al controllo biglietti e ci disse; “ venite con me”. Giunto vicino al controllore, mise la mano sinistra chiusa a pugno in quella dell’addetto e con la destra, con un colpo alla spalla di ognuno di noi, ci fece segno di passare. Gli aveva allungato dieci mila lire. Forse il prezzo di un solo biglietto.

 

Tornava da Milano ogni anno per i bagni. Si recava in spiaggia a prendere il sole alla fine del paese, dove aveva la barca. Lí andava anche Teresa. Si metteva stesa su una sdraio, la testa sotto l’ombrellone, il corpo da matrona al sole.

Quel pomeriggio d’agosto era veramente caldo. Nemmeno la minima brezza. Teresa sudava, si asciugava il sudore con il fazzoletto e con esso cercava anche di farsi vento. Totò, in acqua, stava mettendo il moto la barca. Ella lo chiamò e gli chiese se le potesse far fare un giro, magari al largo sarebbe stato più fresco. Egli strinse gli occhi sorpreso da quella richiesta e accettò. L’aiutò a salire e partí.

Seduta a prua ella ora si beava del vento che le rinfrescava la faccia e le scombinava i capelli. Non la disturbavano neanche i sobbalzi che la barca faceva ad ogni accellerata e sbatter d’onde.

Spento il motore, ora era solo acqua, una distesa di mare silenzioso. A nord si scorgevano appena, dietro la foschia, le isole, a sud la montagna e la rocca di S. Fratello. Teresa si sdraiò. Gli occhi chiusi, si faceva cullare dal dondolio della barca. Il sole caldo sembrava non disturbarla. Quasi sonnecchiava. Totò stava seduto a poppa, indeciso, stranamente insicuro. Aveva perso la baldanza dei progetti che aveva fatto durante tutto il tragitto. Gli erano venuti meno tutto il coraggio e la furbizia. La bocca secca, non riusciva a profferir parola, la gurdava soltanto. Ella ne capí il desiderio e lo gratificò col suo corpo.

Milano 4 marzo 2016

Ciro Gallo

Un pezzo di carne.

3 Marzo 2016

Tu non hai ricordo dei macellai di paese che ti buttavano là, sul bancone di marmo, il pezzo di carne, vivo, appena tagliato, ancora sanguinante, avvolto in una carta ruvida e robusta di color giallo. Sembrava una azione volgare, quasi irrispettosa.

Piddizzaro aveva la bottega appena sotto la portella. La scritta  “Macelleria” era in bianco, disegnata con un pennello, tutta irregolare, appesa sopra l’arco dell’uscio. La porticina, bassa, di color verde smunto e scrostata, con le grate di ferro al piccolo spioncino quadrato,  che chiudeva uno scalone di marmo grigio, non perfettamente levigato, aveva un aspetto non dissimile dai vecchi, con lo scialle sulle spalle e la coppola calcata sulla testa, seduti sulla panchina appena discosta. Guardavano un altrove, alcuni con il mento appoggiato alle mani che reggevano il bastone, ritto davanti a loro.

La stanza era angusta, buia nonostante il finestrone sempre aperto. Due bancali di marmo messi a squadra. In uno stavano buttati, corpi morti, i quarti di bue, da poco macellati. Sparsi i timbri di inchiostro appena apposti dal veterinario su quella carne. Nell’altro la bilancia, i coltelli affilati e rotoli di salsiccia fresca. Non esisteva la cassa. Il denaro passava direttamente di mano in mano in una specie di baratto.

Nei pomeriggi d’estate, il ronzio delle mosche  si mescolava all’odore dolciastro della carne. Stranamente non si posavano su di essa, giravano indolenti le mosche, non curanti, attorno alla carta moschicida che, attaccata alle travi, pendeva in alto in mezzo alla stanza. Due sedie di paglia stazionavano ai lati della porta. Al fresco, seduti, sonnecchiavano il padrone ed il garzone. Poche macchine passavano. Qualcuno a cavallo di una mula tornava prima dalla campagna. Rimbombava ritmicamente il ferro degli zoccoli sulle mattonelle della strada.

Frareu aveva quasi 50 anni, di altezza media, una fronte resa più ampia dalla calvizie. Due ciuffi grigi e ricci si inerpicavano in alto dalle tempie. La barba costantemente non rasata, di almeno due giorni, gli increspava e scuriva il viso. La voce rauca, agiva con i clienti in maniera affabile. Parlava e tagliava. A volte, con fare meccanico, infilava in bocca, con un colpo secco,  un pezzettino di carne cruda. Il grembiule bianco qua e là macchiato di sangue, uno strappo, un buco all’altezza del petto. Slacciato lasciava libera una pancia prominenente, da uomo di mezza età. Tra tutti preferiva indossare prima sempre quello. Eppure Bettina gliene preparava 3 o 4 per volta, lindi,  bianchi e stirati come i camici di un medico.

Con i calzoni corti e le calze lunghe di cotone, tenute sopra il ginocchio da stringhe di elastico, mi recavo al convento. Passavo di corsa ogni giorno davanti alla macelleria, la carne appesa ai ganci esposta fuori, il pavimento stizzato di sangue. Correvo veloce a scuola.

Non so cosa abbia mai imparato. Solo negli anni dell’adolescenza mi é nato l’interesse per il sapere. Lunghi pomeriggi d’estate passavo a leggere. Sognavo. Mai avrei pensato di diventare medico e di essere coinvolto così profondamente da questa professione, io che davanti ai morti schermavo lo sguardo con le mani.

Rita si consumava, debole,  appena percettibile la sua voce. Gli occhi conservavano solo poca della loro brillantezza, silenziosi, imploranti come quelli di un agnello che percepisce di morire. Letteralmente si rinsecchiva, perdeva liquidi come se avesse il colera.

A lungo stette in ospedale. Senza una diagnosi di natura, avendo solo individuato l’organo malato, si era ristabilita. Aveva ripreso la sua avvenenza ed era tornata a lavorare tra i suoi profumi.

Ora io non lavoro piú. Ho capito,  in questi ultimi anni, quanto il mestiere di medico debba essere totalizzante, quanto difficoltoso sia affrontare la patologia e soprattutto comprendere chi ne é affetto. Mi chiedo a volte se io abbia commesso degli errori e se abbia mai deluso le aspettative dei pazienti. Resto sconcertato quando non riesco a rispondere.

Studio continuamente, per lunghe ore del giorno ascolto lezioni di medicina. Mi rendo conto quanto sia cambiata e quanto l’approccio ad essa debba seguire la sua evoluzione. Mi sorprende essere stato giudicato un bravo medico e mi ispirano un misto di tenerezza ed apprensione quei colleghi che continuano ad operare senza accorgersene, senza farsi domande.

Ora non mi capita spesso di andare in ospedale. Ci vado quasi furtivo, come imbarazzato. Così é stato uno di questi pomeriggi. Mi dirigevo dall’ingresso ad uno dei nuovi padiglioni. Andavo a trovare un mio amico d’infanzia lì   degente.

Perso nei miei pensieri, camminavo non vedendo nessuno. Flebile una voce mi scuote, mi chiama per nome. Guardo e non riconosco. Piccola si avvicina una figura,  magra ed emaciata, lenta ed indecisa nei movimenti. Un viso senza trucco, un berretto a coprire radi capelli e metà fronte, uno scialle nero sulle spalle a proteggerla. Era Rita. Tornava da una seduta di chemioterapia. Con gli occhi bassi e con un appena percettibile sussurro riesce a stento ad articolare queste poche parole : “ Ho un tumore del pancreas , sono stata operata”. Sembra scusarsi, come se fosse colpevole di una sì grave malattia e quindi responsabile di non aver saputo proteggere la sua giovane età.

Ansia ed apprensione crea questo nuovo “flagello.” Reticenti, si fatica a pronunciarne il nome. Persino i medici cercano di fuggirne il pensiero. Delusi per la scarsa prevenzione ed impotenti davanti agli esiti, affidano tutto ad una tecnologia sempre piú sofisticata.  É la macchina che fa la diagnosi, che emette verdetti, essi solo intermediari lontani, anche se non assenti. Il tumore é buttato là, come il pezzo di carne sbattuto dal macellaio sul bancato, più o meno grande, più o meno aggressivo, più o meno metastatico. “ Avvolto”, “impacchettato” in un dischetto, in una formula, é spedito all’oncologo che lo vidima e lo “affida” alla chirurgia, alla chemioterapia. Ed il paziente? Lunghe peregrinazioni da casa al luogo di cura, estenuanti attese. Prigioniero della solitudine, dell’incertezza, alla ricerca di uno sguardo, di vere parole, non crude, nè false o reticenti. Catturato dallo spasmo della speranza, dalla sua volatilità. La chiusura del petto dopo un fugace attimo di ottimismo. Occhi che non riescono a penetrare il buio. La nausea, le fiacche in bocca, il correre in bagno, l’astenia, la confusione mentale. Il dialogo delegato ad un foglio di istruzioni.

 

“ Ma a chi mi rivolgo? A chi per avere una parola adatta? E ritorno per il successivo ciclo. Ancora  dottori diversi che a malapena mi conoscono, che cercano di liberarsi velocemente dell’angoscioso carico di una morte certa : “progression free survival, overall survival” scandiscono solo il suo tempo. Sufficiente quando si è vissuto a lungo, ma quando giovani?

Impenetrabili, mascheratamente impassibili, a volte quasi crudeli fino a farti piangere, fuggono davanti a te. Fuggono la paura, la esorcizzano con i protocolli: un pensiero rigido. Risposte a monosillabi o artifici verbali, che tradiscono una inconsapevole premura, ed assicurazioni costruite. Eppure, con la paura dell’abbandono, si è riconoscenti a questo insicuro appiglio, una minima apertura verso il futuro. Si cerca di espandere questi momenti, di interpretare persino i movimenti di colui a cui sono affidati i tuoi giorni. Ma a casa, nelle lunghe giornate e quando di notte ci si sveglia in preda ad un incubo o dopo un sogno illudente, chi mi da coraggio , chi mi è vicino?”

Passo ancora, dopo tanto tempo, cammino verso il convento. La strada è rimasta uguale, le stesse mattonelle, la panchina è sempre là, ora però vuota, nessun rimbombar di zoccoli di mula. La macelleria non esiste più, la porticina chiusa ancora piú scrostata. Frareu è morto, anch’egli per un pezzo di carne.

 

Milano 12-26 febbraio 2016

A Rita C. perché sua è questa storia.

Ad Angelo e Miro perché mi sono di supporto nel mio tentativo di essere d’aiuto.

Ciro Gallo