Archivi: Luglio 2018

Annamaria

19 Luglio 2018

La via Mazzini scendeva quasi silenziosa verso la stazione. Lo stradone la separava dalla scalinata e dalla fontana. Il municipio sovrastava la piazza e la strada sottostante. Con la sua struttura fascista sembrava altissimo a guardarlo da lì. All’angolo in alto a sinistra era la panneria del ragioniere D’angelo,  accanto il salone di Vincenzino. A destra la casa dell’arciprete con la sua terrazza balconata. A pian terreno una specie di emporio. Di tutto vendeva Mayo, dalle zucchine alle scarpe. Lá era stata la bottega di don Ciccio. Davanti all’ingresso, la vecchia saracinesca  alzata costantemente a tre quarti, stava seduto  sulla sua sedia di paglia. Si appisolava anche di mattina nei giorni caldi di primavera, appesantito dal suo grasso. Lo svegliava la corsa della corriera che arrivava da S. Fratello e che si fermava davanti al suo marciapiede. Quasi nessuno dei paesani scendeva, andavano tutti a Sant’Agata al catasto o all’ufficio registro, sempre per beghe e contributi da pagare.

Dritta ed in pendenza proseguiva la via. La casa del dottore era rialzata dal livello della strada. Alle finestre color celeste del suo studio sovente si affacciavano le sue due bellissime infermiere. Affascinanti, una bionda, l’altra bruna. Erano venute da Bologna. Si dicevano sorelle. Di fronte appena discosta, all’angolo, all’incrocio con via Dante, la casa di Antonio e Luigi, vuota per lunghi periodi. La abitavano quando venivano da Messina. Li conduceva per mano la professoressa, lenta ed impacciata nei movimenti. Vestiva sempre occhiali scuri per nascondere il suo prominente esoftalmo.

Si scorgeva da quel punto, tra le sterpaglie verdi,  il tetto della stazione, come uno scoglio affiorante dal mare, poche decine di metri più in basso,  con i fili della ferrovia pieni, all’imbrunire,  di  passeri,  storni e rondini.  Gli facevano compagnia più sopra l’abitazione  di don Gegè,  due piani di vecchia muratura, da un lato,  e quella moderna e colorata di Sanfilippo dall’altro. Solitaria,  bassa stava di fronte a quest’ultima la casa di Ciccia. Rimasta senza facciata, le pietre ed il cemento che le teneva insieme le davano l’aspetto di una carta geografica.

Annamaria abitava al pian terreno della casa gialla. Bassina, pulita, simpatica era la terza di quattro fratelli. Curava lei il più piccolo. Se lo spupazzava a tutte le ore, riempiendolo di complimenti e di baci.

La finestra aperta sulla strada, Tano studiava, passeggiando per la stanza. Quel giorno continuava  a leggere un unico articolo del codice di procedura  penale. Lo declamava,  lo sillabava, lo ripeteva a voce bassa. Niente, non riusciva a capire, né il costrutto, né il senso. A fatica frenava l’impulso di sbattere il libro al muro. Intanto Annamaria di rimpetto, dall’altro lato della strada, davanti alla sua porta, giocava col fratellino. Lo dondolava, lo sbaciucchiava e a voce alta continuava a dirgli: ” ch’  beddu ch’ si ( che bello che sei), ch’ beddu ch’si”per delle mezze ore. Tano infastidito fremeva,  non poteva chiudere la finestra per via del caldo,  si spazientiva, e quella imperterrita : “ch, beddu ch’ si, che beddu ch’si me frati”( che bello che sei fratellino).

Persa ogni speranza che la smettesse, esasperato dalla procedura penale e dalla cantilena di quell’altra, all’ultimo “ch’ beddu ch’ si”, si affacciò alla finestra e la chiamò dicendo: “Annamaria, ma non t’accorgi ch’ to frati é bruttu!” Poi chiuse la finestra e smise di studiare.

A Tano, vivo é sempre il suo ricordo

Ad Annamaria che amava Lucio Battisti, chissà se lo ama ancora.

Ciro Gallo

Anna

8 Luglio 2018

Le piaceva giocare, quasi una voluta delicata provocatoria seduzione. Lei aveva sette anni più di me. Era stata sempre protettiva. La sua pelle candida aveva qualcosa di rilassante. Io avvertivo soltanto una confusa attrazione  che non concretizzavo ma che a lei era rivolta, alla sua figura quasi incorporea ma reale. Un desiderio sessuale nostalgico. Mi chiedeva, si informava delle mie esperienze ed io, nel raggiro della sua provocazione desiderante, parlavo, a volte inventavo, senza dire bugie, perché ciò che dicevo era frutto delle speranze affettive della mia adolescenza. E intanto sentivo il calore della sua presenza, del suo corpo.

Nonostante i suoi 25 anni anch’ella era rimasta adolescente. Chissà se pensava di me allo stesso modo in cui io pensavo di lei. Era come una comunicazione corporea, un amore fisico, reale solo nelle nostre menti.

La vedevo d’estate, quando tornava da un paesino del nord, alla fine dell’anno scolastico ed io da Milano. Lei insegnava, io studente universitario. Mai i nostri rapporti si sono interrotti. Mai  mutati. Ancora adolescenti. Lei diventava sempre più materna ed io sempre più triste e timido. Avvertivo ora il desiderio come necessità ma era ormai una indistinta aspirazione all’affetto.

Quell’ottobre  qualcosa in me  si era chiuso. Tutto era diventato scuro, lentamente, nella  nausea di me  e del mio comportamento. Avevo interrotto ogni rapporto, strappato tutti i numeri di telefono, quelli carpiti a ragazze gentili alle fermate dei tram e quelli volontariamente datemi da altre. Fabrizia era stata cancellata dalla mente, Flavia  un senso di colpa.

ll libro di biologia a terra al capo del letto ed io coricato. Al buio passavo i giorni. Non avevo avversione, non mi sentivo senza valore. Forse era a causa della costante presenza di esso che mi sentivo così. Avevo come perso l’orientamento. Non mi raccapezzavo. Stavo inane ed insonne.

Qualcuno aveva prenotato per me una settimana a Bormio. Mi aveva spinto su un autobus. Inebetito non opposi resistenza, come un automa partii. Non ricordo  come e dove arrivai, ho solo l’impressione della grossa valigia rigida, quasi vuota, che mi trascinavo dietro. Qualche vestito, nessun equipaggiamento da sci, solo un paio di clarks pesanti.

Passavo i giorni in camera. Seduto al tavolo davanti alla finestra, guardavo le montagne, cercavo di studiare. La sera era triste. A cena, solo al mio tavolo, posto all’angolo, guardavo la gente seduta che mangiava  e chiacchierava, apparentemente serena. Studenti si susseguivano nelle loro settimane bianche, accentuando la mia tristezza e la solitudine. Camminavo nella neve, bagnandomi, come per perdermi, ma senza volerlo.

Decisi una mattina di andarla a trovare, insegnava lì vicino. Non rammento se abbia preso un pullman o il treno. Abitava  in una casetta  linda, con tre gradini all’ingresso principale, una piccola copertura di vetro sulla porta  a proteggere dalla pioggia e dalla neve. Viveva in una stanza di quella casa. Non mi sovviene la padrona  ma la figlia. Una ragazza sui diciassette anni, non molto alta, con i capelli castano chiaro a caschetto, occhi di un celeste indefinibile, la pelle bianca e rosea. Timida ed insignificante. Restai a mangiare.

Ormai adulta, non usò più la sua seduzione  ma non smise di essere materna e, come a protezione  mia e della ragazza, cercò, per tutto il tempo, di sposare le nostre due timidezze. Senza successo. La mia tristezza mi rendeva impenetrabile anche  alla minima affezione. Credo di aver frustrato le speranze della ragazza.

Anni sono passati. La incontro di tanto in tanto. Ora sono io che reggo il gioco, ne approfitto  di una complicità sopita. Col tempo Anna è cambiata, il suo corpo ha subito  le  mutazioni degli anni, appare assente, intristita nel fisico, di un bianco pallore nel volto. Si legge la malinconica sorpresa  di un rapporto risultato sperequato, senza affetto. Sente la rinuncia di sé che ha fatto per un matrimonio di prestigio, da mostrare alle sue compagne rimaste in provincia. Per senso di rivalsa. Ci teneva tanto. Ormai é come svuotata, nella stasi della sua delusione, si trascura nelle  inevitabili malattie dell’età. Senza alcun interesse alla vita, aspetta.

Ciro Gallo

Inverno

7 Luglio 2018

Come un inverno

l’età ci spoglia

e nuda rivela

la nostra solitudine.

Stupite ai nostri

piedi le foglie

degli anni,

diafani agli sguardi

gli affetti e

le persone vicine.

Il silenzio di sempre

ora si rivela.

Milano 3 aprile 2018

Ciro Gallo

Cavalle

Dal torpore dell’inverno

il sole come me

aspettavano le cavalle

loro per saltellare

libere

io per godere

dei fiori gialli

del prato

e della eleganza

ed armonia

delle loro movenze.

2/3 aprile 2018

Ciro Gallo

Astenia

6 Luglio 2018

Ritrovo come foglio sparso in un libro

 

Mutilante

improvvisa mi cattura

la tua mancanza

nonostante la paura

che io ho

di vedermi in te

annichilito

nella impossibilità

Ciro Gallo